QUESTIONE DI SGUARDI: viaggio nella Mostra delle Case di Tolleranza.

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Davide Scarpa e il tesoro ritrovato 

“Quante cose, lime, soglie, atlanti, bicchieri, chiodi, ci servono come taciti schiavi, cieche e stranamente silenziose” – scriveva Borges – “dureranno più in là del nostro oblio”. “No sabrán nunca quei nos hemos ido”, non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Il nostro sguardo fa rivivere le cose che ci sopravvivono. Siamo noi a dare voce ad oggetti muti, a farci narrare storie perdute e passioni segrete. Salvare le cose dall’oblio significa, in un certo senso, conquistare un palmo di eternità.

Nel 2010, Davide Scarpa viene chiamato dai colleghi, impegnati nella demolizione di un edificio di Carsara, in provincia di Pordenone. Lui è un appassionato di storia e loro hanno trovato un cumulo di stracci che paiono avere una certa età. Davide Scarpa lo acquista per mille euro dal proprietario e poi dedica anni al restauro. Gli oggetti ritrovati sono ciò che rimane di un bordello dell’era fascista: probabilmente qualcuno li ha nascosti per salvarli dall’oblio.

Nasce così il tesoro esposto nel “Museo delle Case di Tolleranza”. “Mia moglie mi ha fatto dormire in divano per tre mesi” – racconta Davide – “perché assorbivo l’odore stantio di quelle cose destinate al macero”.

La Mostra delle Case di Tolleranza si può visitare fino al 15 settembre presso Villavarda a Brugnera, in provincia di Pordenone (per info Mostra Museo delle Case di Tolleranza). In tre stanze delle Villa è stato ricreato un bordello immaginario. Dall’ingresso, col tariffario esposto e l’armadietto dei disinfettanti, si giunge al salotto dove – tra specchi, vestiti di perle e tazze da geisha – ci si avventura in una camera di luci soffuse, bidet, spazzole e piattini per le marchette.

Attualmente il Museo è senza fissa dimora: rimane itinerante non per scelta del curatore, ma perché fa troppo scandalo e nessun ente pare disposto ad ospitarlo. “Tutte le volte che cerco di organizzare una mostra” – dice Davide –  “quindici giorni prima dell’inaugurazione, mi chiamano dicendo che il vescovo o il monsignore di turno è intervenuto e ha fatto saltare tutto, perché i bambini potrebbero scandalizzarsi”. 

Nei bordelli di Stato, “la norma di comportamento è il pudore”.

“La norma di comportamento di chiunque entri in questo locale è il pudore!” Avviso all’ingresso del postribolo.

Eppure fino al 1958 le Case di Tolleranza erano proprietà dello Stato. Nel 1861, quando i militari morivano più d’amore che di guerra, Cavour decise di copiare dai francesi un “Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione”, che decretava l’iter per l’apertura di postriboli di Stato, fissando le tariffe e le imposte. Si calcola che nel 1958 le 560 Case autorizzate fruttassero al fisco 100 milioni di lire l’anno (1 miliardo e cento milioni di euro). Vennero creati appositi Uffici Sanitari per sorvegliare la salute delle prostitute e definire le prassi igieniche da eseguire scrupolosamente.

Il Ventennio fu l’epoca d’oro dei bordelli. La retorica del macho italico e della matrona integerrima fece fiorire i luoghi di perdizione. Durante le notti fasciste, le donne che Lombroso definì “affette da pazzia morale” intrattenevano gerarchi, operai, padri di famiglia e ragazzi che, in un rito di iniziazione, conoscevano le cosce di Wanda, Adua, Margot e mille altri nomi esotici che celavano l’origine disperata di schiave imprigionate tra specchi e velluti.

 

Il tariffario vidimato dalla pubblica autorità.

Nel j’accuse “Addio, Wanda!”, Montanelli si schierò contro la chiusura delle Case di Tolleranza definendo la Legge Merlin un “colpo di piccone” che faceva crollare i tre pilastri dell’ordine sociale: la fede Cattolica, la Patria e la Famiglia che “nei cosiddetti postriboli trovavano la più sicura garanzia”. Secondo il giornalista, il bordello era “l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto”.

Frequentare le prostitute non sembrava una pratica sconvolgente e non veniva del tutto nascosta a madri e mogli. Anzi: una puttana avrebbe tenuto gli uomini lontani da relazioni davvero peccaminose, quelle in cui per amore si smarriva la bussola e l’innocenza. Le case erano dette “chiuse” per l’obbligo di tenere le persiane abbassate. Le ragazze non potevano esporsi e farsi notare: nel caso, sarebbero state accusate di adescamento. Le tenutarie più scaltre, all’arrivo della nuova quindicina (le prostitute ogni due settimane si turnavano in bordelli lontani tra loro per scongiurare relazioni con i clienti), facevano un tour della città in carrozza per esibire la propria merce.

Lo sguardo sulla Storia è spesso quello degli uomini: secondo Davide Scarpa, il motivo per cui la sua Mostra rimane nomade è perché i maschi sono restii a mostrare le loro debolezze e i loro vizi. “Senza di voi, non riusciremo nemmeno a farci il bidet”.

Varechina, marchette e messa del Venerdì: vita di una meretrice.

Per diventare prostituta si depositava una domanda in carta bollata presso la Prefettura. I requisiti per ottenere l’autorizzazione all’esercizio erano godere di sana e robusta costituzione, aver frequentato almeno le prime due classi delle elementari (per essere in grado di conversare piacevolmente con i clienti) e dimostrarsi morigerate: oltre all’esame dell’Ufficiale Sanitario, infatti, ci si sottoponeva al giudizio del Monsignore. Il ministro di Dio aveva il compito di decretare, con assoluta certezza, che la futura prostituta avrebbe praticato per necessità e non per piacere.

Una volta accettata nella Casa di Tolleranza, alla prostituta spettava un lungo periodo di tirocinio in cui affinava le arti del mestiere. In quel frangente si sarebbe occupata dei clienti più perversi e difficili, come i militari mutilati, resi rabbiosi dalla paura e dal dolore.

Cartoline scandalose e il piatto per le “marchette”.

Una volta ottenuta “la patente” (un libretto di quattro facciate in cui  annotare gli esiti delle visite mediche settimanali), la prostituta perdeva i diritti civili e veniva iscritta in un apposito registro. Nella patente erano definiti anche gli obblighi comportamentali: non tenere discorsi osceni, non essere in stato di ubriachezza, non restare fuori casa “senza giusta causa” oltre le ore 20.00.

 

“Non è vero che i clienti potevano scegliere liberamente le prostitute” precisa Davide Scarpa. Era la tenutaria, chiusa nel suo vestito scuro, riconoscibile dal pendaglio a forma di quadrifoglio, a decidere come combinare il mercato. Si regolava soprattutto in base alle corporature della coppia improvvisata e anche al portafoglio degli avventori, che avevano diritto ad una migliore qualità se più ricchi e spendaccioni. I rapporti venivano consumati tra la fretta e l’imbarazzo: in un’epoca in cui lo Stato finanziava un affare su cui vigeva però il massimo riserbo, la passione fisica non godeva di gran poesia. Tutti i clienti (anche chi andava per “far flanella”, cioè bighellonare senza consumare) dovevano firmare appositi registri di ingresso e, nonostante l’obbligo imposto dalla legge, molti elenchi non furono mai distrutti, così come non vennero distrutte le “patenti” delle prostitute, impedendo a molte di riscattarsi socialmente.

Chi decideva di abbandonare il mestiere aveva diritto ad una pensione ma doveva dimostrare di essere “ravveduta” scontando qualche anno nelle “Case delle Maddalene”, severi istituti ecclesiastici in cui le suore costringevano le donne ad una nuova, mistica, schiavitù.

Ogni venerdì nel bordello si celebrava la messa. Tra tutti i clienti, gli unici esentati dalla firma di presenza erano i prelati: per loro vi era un accesso segreto. Al loro passaggio, il corridoio doveva essere deserto e le stanze mute. Del resto, uno scrittore definì il bordello all’alba come “la cosa più vicina al Paradiso”.

 

“Un uomo si è perso qualcosa se non si è mai svegliato in un letto sconosciuto di fronte a un volto che non vedrà mai più, e se non ha mai lasciato un bordello all’alba con la tentazione di buttarsi nel fiume per il puro disgusto che prova per la vita”. Gustave Flaubert.

 

Il bordello, fumoso e illuminato di rosso, era immerso in un miscuglio indefinibile di odori. Si narra che il colore rosso identifichi i lupanari sin dai tempi della Bibbia, quando la prostituta Raab aiutò le spie di Giosuè segnalando la sua casa con una corda scarlatta. Sin dall’ingresso, colpiva il profumo di talco, di cipria, di lisoformio balsamico confuso col sudore. I commercianti di prodotti per la sanificazione sperimentavano nei bordelli articoli che sarebbero stati utilizzati poi nei nosocomi. Durante l’era napoleonica, le prostitute francesi portarono in Italia il sapone di marsiglia; un’essenza di muschio bianco misto a gelsomino (che sarebbe stata la base del futuro Chanel n.5) e la varechina, un composto ottenuto dalle ceneri di varècchi, alghe marine che inscurivano le spiagge della Normandia.

Le pratiche di igiene avvenivano secondo quanto disposto dalla legge. Se il cliente era visibilmente poco pulito, la tenutaria gli spruzzava prontamente la polvere antiparassitaria MOM (ancora in uso). In camera la prostituta lo ispezionava, lo lavava e insufflava dentro di sè una soluzione di solfato di zinco prima e permanganato di potassio poi. Erano veleni che scongiuravano le malattie veneree ma anche la fertilità, bruciandoti la speranza di mettere al mondo una vita migliore.

Il cliente pagava alla tenutaria “le marchette”, che in origine indicavano un valore bollato e poi diedero il nome ai gettoni che monetizzavano tipo e tempi della prestazione. C’era “la sveltina” oppure, per gli uomini che non avevano problemi a spendere e ritardare il rientro a casa, la “doppia”. Oggi il termine “marchetta” si usa per indicare un’azione che si fa malvolentieri col puro intento di ottenere del denaro. Del ricavato delle prestazione alle lavoratrici non rimaneva quasi nulla. Nonostante la legge fosse nata per impedirlo, lo sfruttamento c’era eccome, subdolo e criminale quanto quello di oggi.

 

“Signora Deputatessa, mi salvi!”: le Case Chiuse tra palco e realtà.

“Nudo blu”, Pablo Picasso, 1902.

La verità, in fondo, è una questione di sguardi. Nel suo ultimo romanzo, Gabriel García Márquez, racconta la folle notte di uno scrittore novantenne con una prostituta quattordicenne. “Memoria delle mie puttane tristi” è un’opera indefinibile nella sua pericolosa seduzione. Il vecchio protagonista giunge nell’abituale bordello in tarda serata e Rosa Carbacas – tenutaria dagli occhi crudeli e il dente d’oro – lo avverte che la ragazza richiesta è stata sedata con un decotto di valeriana perché sorpresa da un terrore inconsolabile. Il vecchio scrittore la raggiunge in camera e, sorpreso dalla sua bellezza e dalla sua miseria, rimane a guardarla dormire e respirare, rigirarsi nel letto con le ciglia finte serrate e altere, rabbrividire dentro mentre la sfiora con un dito, “come l’accordo di un’arpa”.

“Fu una cosa nuova per me. Ignoravo le scaltrezze della seduzione, e avevo sempre scelto a casaccio le fidanzate di una notte più per il prezzo che per le grazie, e facevamo un amore senza amore, semi vestiti il più delle volte e sempre al buio per immaginarci migliori. Quella notte scoprii il piacere inverosimile di contemplare il corpo di una donna addormentata senza le urgenze del desiderio e gli intralci del pudore”.

L’arte è una ruffiana: non si sa mai se venga buona per rendere docili i disumani istinti o se davvero sia l’unica forma d’amore capace di scovare frammenti di infinita bellezza dove le cose sembrano cupe e prive di anima. Scrittori, musicisti e pittori hanno raccontato i bordelli con un senso di poetico rispetto, una sorta di riverenza verso qualcosa che non era del tutto sbagliato. Con il glaciale aplomb imposto dal ruolo, parlarono a difesa delle Case Chiuse anche i parlamentari che si opposero alla senatrice Lina Merlin, nei dieci anni del travagliato processo che portò alla messa al bando dei bordelli, dalla proposta del 1948 all’approvazione del 1958. “Per evitare il fenomeno della prostituzione”, argomentò il democristiano Pierraccini, “dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, per esempio, il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso”. Il mestiere più antico del mondo non sarebbe scomparso con un divieto, pensava Benedetto Croce, perché “eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

Le prostitute erano robusti argini contro le pulsioni che si dovevano sfogare sotto un certo ordine e controllo per non esplodere in deplorevoli danni sociali. Ma è soprattutto il loro sguardo a chiedere voce, sono le loro tragiche storie che esigono fiato, fosse necessario decifrarle tra gli oggetti di una mostra nomade.

Il libro “Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse” raccoglie testimonianze di sofferenza di chi cercava un’alternativa ringraziando Lina Merlin e di chi malediva la senatrice perché una vita diversa non l’avrebbe mai avuta, anzi, forse non ne avrebbe più avuta una.

 

“Signora Deputatessa Merlin
Io ò saputo dalle mie compagne della legge che fà per noi prostitute. Io
non me ne intendo; sono una povera donna che faceva la serva e sono delle
campagne di C. e vorrei tornarci a fare la serva o la contadina non questo
mestiere che mi fa schifo.”

 

“Era una vita da schiave, racconta Gilda (“Eravamo delle schiave fra specchi di velluto”. La testimonianza di Gilda,) “Giornate cadenzate dal ritmo alienante delle “semplici”, delle “doppie”. Una media di trenta, quaranta finti orgasmi. Ti si rompevano le reni, anche se, mentre quelli si sfogavano, tu mangiavi noccioline. E per che cosa?”.

Attraversando la mostra è impossibile non imbattersi in un vociare discreto di giudizi dei visitatori incuriositi. “Una volta era meglio, erano più sicure”, dicono alcuni. “La scelta del mestiere deve essere difesa dalla legge, fa parte delle libertà”, sostengono altri. Eppure lo sguardo posato su quelle cose segrete ci ricorda che non è indispensabile avere un’opinione su tutto e non è necessario avere un’opinione giusta su tutto. La realtà ruscella sempre tra mille contraddizioni e a volte per comprendere basta osservare e attendere, silenziosi, l’arrivo chiassoso e inquieto della Verità, fatto salvo che esista per davvero.

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Federica Marangon

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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