MORGAN E IL CORONAVIRUS: estetica di una generazione sPaesata.

Se negli anni Novanta qualcuno ci avesse detto che Morgan sarebbe andato dalla D’Urso blaterando “Bugo ha il coronavirus”, l’avremmo preso per matto.
Invece è successo. È accaduto che l’icona dandy della nostra adolescenza sia diventata una macchietta nazionalpopolare, intrappolato nei tentacoli trash di una che guadagna milioni rintracciando la sorella incazzata o la madre che prepara strepitose meringhe o ancora l’ex fidanzata finita in letti sbagliati, sbranata da un voyerismo così volgare da renderla quasi vittima.
Morgan, autore di “La crisi”, “Altrove”, “Amore assurdo” (che ancora mi fa tremare) non rappresenta solo un professionista finito. È l’epilogo, violento e glitterato, di una generazione spaesata. Ricordo bene i suoi coetanei da giovani: li guardavo incantata mentre ondeggiavano sul Tagadà della sagra di paese al ritmo di “Tranqi Funky”, con le camicie da boscaiolo grunge e l’ennesimo revival dei pantaloni a zampa.
Cos’è capitato a questa generazione? I giudizi sulla massa sono spesso irritanti e inutili, eppure in ogni transizione generazionale si riconosce un’onda più potente di altre. Morgan ha surfato su questo cavallone e poi ne è stato travolto, annaspando fino alla deriva di Canale 5, dello sfratto esecutivo in cui l’hanno filmato mentre – sudato fin nelle occhiaie – declamava sonetti shakespeariani; senza parlare della gaffe sull’uso di droghe e la revenge parolaia contro Bugo. Sono tutte mosse che da un lato hanno sfiancato la sua già traballante dignità e dall’altro l’hanno trasformato in uno strambo re del trash intellettuale. Morgan è stato un esperimento nuovo ma deludente nella sua prevedibile ovvietà. La sua musica avanguardistica si è arrestata alle soglie del futuro, come una rivoluzione limacciosa, un’arte impantanata tra l’ansia di esser venduta e la presunzione di non farsi comprendere. In fondo sapevamo che la sua carriera sarebbe finita così: o si ritirava o diventava come tutti gli altri.
L’estetica decadente della rabbia di Morgan barattata per audience ha in sé un’inquietudine capace di rattristarmi pur sapendo che il casino che ha raccolto è stato consapevolmente seminato. Forse è perché in lui rivedo i miei sogni crollati, diventati macerie di incubi e frustrazioni. Mi spiego. L’intensa necessità di esprimersi ha portato la mia generazione a cercare qualcuno che ci ascoltasse negli anfratti comodi della rete e dei social. Ormai puoi essere seguito pure se non hai nulla da dire, e ti chiedi se vale davvero la pena faticare per esser pieno quando un vuoto ben formattato trova un successo maggiore. Morgan è caduto nel baratro che ha sempre temuto, ovvero la banalità; ma quando è scivolato non si è rotto le ossa cercando poi di riabilitarsi come avrebbe meritato: ha capito di essere sulla cima del successo. In questo mondo nuovo del Duemila resisti solo se prendi gli anni Novanta e li rovesci a testa in giù.
Noi, ragazzi-paradosso degli Ottanta, siamo nati nell’agio e cresciuti nello sconforto dei lavori precari; siamo i più istruiti ma anche quelli della meritocrazia buttata nel cesso, inventori di un’antipolitica corrotta quanto la politica, tanto da aver lo stomaco di rimpiangere Bettino e la pioggia di monetine. Se ci lamentiamo qualcuno ci rammenterà che non abbiamo mai lottato, ed è vero. Non abbiamo patito la fame ma ora non siamo in grado di comprarci una casa; viviamo della rendita di diritti non conquistati, alcuni dei quali – l’emancipazione femminile, la libertà d’opinione, le frontiere aperte – sono così scontati da farci quai schifo. Se vogliamo gridare il nostro disagio non verranno più i Nirvana in nostro aiuto, il metal sporco o l’indie raffinato degli Afterhours: al massimo posteremo Bukowski in instagram, sotto un nostro bel selfie, non troppo triste altrimenti non se lo fila nessuno.
Noi abbiamo assistito al passaggio della tecnologia e ora teniamo in tasca un mondo, siamo svegli e connessi. Eppure la rivoluzione dei contatti c’è passata davanti come un treno su cui non siamo mai riusciti a salire. Quelli come me sanno bene cos’è la provincia, sedotti dal suo mito e costretti a fuggirle, tappandosi le orecchie per non sentirne il richiamo irresistibile, come Ulisse con le sirene. Abbiamo fatto di tutto per scrollarcela di dosso, e ora ce la ritroviamo seduta sugli scranni del Parlamento, tradotta in canzonette e libri in cui non ci riconosciamo più.
Siamo gli sPaesati con la “P” maiuscola, privi di un movimento che ci dia senso, perché la nostra stessa esistenza fonda le basi in una permanente contraddizione. Ed è così che un virus finisce per farci sentire più vivi che mai, perché infetti lo siamo da sempre. Abbiamo finalmente la scusa di risparmiare le cene del sabato sera, lavoriamo meno di quello che ci è stato misericordiosamente concesso e ci chiudiamo in casa indossando la maglia slavata degli Iron Maiden mentre sputiamo un po’ di odio in rete, come sto facendo io, ora.