Sabato dovevo pulire la casa, sistemare l’armadio, leggere alcuni articoli salvati sul telefono. Ero alla trecentesima pagina sulle 550 de “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter. Ho provato a mollarlo ma non ce l’ho fatta. Lavavo tre piatti e proseguivo di 10 pagine, aprivo l’asse da stiro e me ne gustavo altre trenta. L’ho finito verso sera.
In realtà non so come si recensisca un libro. Forse dovrei iniziare narrando la trama e stando attenta a non spoilerare, ma è difficile. Ad ogni modo, la storia non ha nulla a che fare con la magia o il fantasy. Inizia con la morte improvvisa di Barry Fairbrother, consigliere comunale del borgo ingelse di Pagford. Il seggio vuoto diventa il perno attorno al quale si muovono le storie di un paesino borghese zeppo di maschere e menzogne, matrimoni infelici spacciati per idilliaci, sobborghi unti e maledetti, perversioni indicibili. La campagna elettorale si fa teatro di una tragedia in cui viene a galla il marciume e la finzione fino ad allora nascosti sotto l’armatura delle buone maniere.
È il primo romanzo che la Rowling scrive per un pubblico adulto. Ed è curioso, dal momento che i motori dei (numerosi) colpi di scena sono i ragazzini. Si tratta di adolescenti difficili con genitori ancora più difficili. Lexie e Libby sono le figlie del candidato Miles – avvocato conservatore, coccolato da mamma Shirley e ossessionato dall’opinione che gli altri hanno di lui – e di Samantha, prosperosa commessa di un negozio di biancheria intima, sensibile ai giovanotti e al vino rosso.

Ciccio Wall è stato adottato da Tessa e “Cubicolo” Colin, preside della Winterdown, affetto da disturbo ossessivo compulsivo e tormentato da un vergognoso segreto. Ciccio, magrissimo e spaccone, cerca la “vita autentica” nei Fields, quartiere degradato che gli abitanti di Pagforf vogliono estromettere dai confini del paese. Come Ciccio, anche il suo amico Andrew ha la necessità di trovare modelli maschili ai quali ispirarsi, da tenere come esempio. Invece si ritrova un padre ladro e violento, pronto ai pugni e alle umiliazioni e quando si candida a consigliere, Andrew rischia quasi la vita per impedirglielo. Sukhviender “Cincia” Jawanda sarebbe la figlia fortunata di due rispettabili medici indiani; peccato che venga bullizzata dai genitori tanto quanto dai compagni, per la sua dislessia, la timidezza, la poca avvenenza. Mamma e papà la deridono in maniera non violenta, ma comunque molto efficace, tanto da spingerla all’autolesionismo. Gaia, bellissima e inquieta, è la sua migliore amica. Originaria di Londra, la madre Kay l’ha portata con sè a Pagford per seguire il nuovo compagno, Gavin, collega di Miles, che non la ama e non trova il coraggio di dirglielo.
Kay, assistente sociale capace e coraggiosa, segue il caso della famiglia Weedon, relegata nei Fields. Terri Weedon è la madre tossicodipendente del piccolo Robbie e di Krystal, componente della squadra di canottaggio con Libby e Sukhviender e Barry come allenatore. Krystal, ribelle, sfrontata e border line, è sostanzialmente la miccia di questo incendio corale e devastante che è il romanzo della Rowling. In ogni singola vicenda lei gioca la sua parte, perché – nonostante sia l’anello debole di una catena apparentemente virtuosa – è l’unica persona che fa sul serio. Nel senso letterale di “fare sul serio”. Krystal non finge, non bara. Dice quello che pensa, pur se non pensa a quello che dice, pagandone sempre le conseguenze. Dignitosa, nella sua imbarazzante autenticità. Lotta per il fratello, per la madre. Per gli amici, quando è necessario. Si fida solo di Barry, e Barry non c’è più. L’unica volta che per dovere di sopravvivenza cerca di macchinare un piano ne uscirà terribilmente sconfitta. Ma non devo spoilerare, mannaggia.
Dicevo che è difficilissimo recensire un libro. Dovrei forse analizzare la costruzione della storia, dei personaggi, commentare lo stile, abbandonare la componente emozionale che mi fa dire “ dio che libro spettacolare!” in favore di un approccio quasi scientifico. Una volta Umberto Eco – contestando la critica letteraria che bada all’impatto di un’opera sul cuore senza setacciarla seguendo criteri rigorosi – coniò l’espressione “anche i ginecologi si innamorano”, cioè “passano la vita a studiare scientificamente una certa cosa ma poi quando hanno l’incontro magico con una donna è come se fosse la prima volta”. Dimostrava così la possibilità di analizzare scientificamente un’opera senza perdere il gusto di amarla. Per star nella metafora, dal punto di vista anatomico “Il seggio vacante” è un corpo che regge qualsiasi malanno. A mio parere, è perfetto.

E come in un corpo, così in un libro, la perfezione è data da forze in equilibrio. Quando si racconta una storia – e su, chiunque di noi c’ha provato almeno una volta nella vita – le forze più difficili da dosare sono 1) la potenza creativa di chi scrive, e 2) il giusto sforzo immaginativo di chi legge. E’ un po’ come nutrirsi: apportare un corretto numero e tipo di molecole senza patir la fame o soffrire un’indigestione. Lo scrittore crea immagini che hanno la profondità e la vivezza dell’esistenza reale, ma non può esagerare nei dettagli o lasciare troppo al caso, dato che il libro da qualche parte dovrà arrivare. La suspense dell’azione deve coprire un tempo “abbastanza lento da far capire ma non abbastanza da far prevedere”, come disse l’attore Carlo Croccolo a proposito dell’atto comico. Al lettore bisogna dare aria e potere, e questo la Rowling ce l’ha nel DNA. Samantha che – stremata da una vita coniugale piatta e maligna – guarda il DVD della figlia in cui un giovane belloccio canta versi stupidi, è una scena insignificante e potentissima, per il modo in cui è tracciata e per il percorso che a sopresa ne conseguirà.
Dice Jonathan Gottschall ne “L’istinto del narrare”: “lo scrittore non è un architetto onnipotente della nostra esperienza di lettura. Guida il nostro modo di immaginare ma non lo determina”. Chi legge vuole sentirsi raccontare cose vere, anche se non lo sono. Quando ci mettiamo le pianelle, accendiamo l’abat-jour, scansiamo la bolletta da pagare (lo faremo domani) e apriamo un libro, noi voliamo in un altro mondo. Eppure quel mondo non può esser tanto diverso dal nostro, perché stiamo leggendo, non affaticandoci in conquiste inerpicate. Coleridge in “Biographia Literaria”, parlava di una disposizione d’animo che accumuna tutti i lettori e la chiamava la “volontaria sospensione dell’incredulità”: sappiamo che il suo Vecchio Marinaio è una balla, ma chi se ne importa. Ci piace e ci assomiglia così tanto da farne una nostra personalissima verità.
Credo sia impossibile recensire un libro, soprattutto se è un libro perfetto. Ed è per questo che non lo farò. Ho trovato molto più utile commentare il comportamento vigliacco di Gavin o l’eroica scelta di Tessa con la mia coinquilina, colei che il libro me l’ha consigliato. Ne abbiamo parlato come fossero persone di nostra conoscenza, come fossimo a Pagford, a bere un caffè al Bricco di Rame, facendoci gli affaracci altrui, trovando in queste invenzioni qualcosa di assoluto. Qualcosa di utile. Una sola riserva – più dal mio punto di vista che dal suo – sul finale e, dato che tira aria di spoiler, la chiudo volentieri qui.