Perchè la montagna ci rende migliori

Pubblicato nell’Annuario CAI Sezione di Padova – 2017

Facevo fatica a capire chi si sveglia alle 4 e mezza del mattino per andare a scarpinare su salite ripide o addirittura a rischiare la vita su rocce impervie, con la costante minaccia di un temporale improvviso. E tutto, fondamentalmente, per divertimento. I paesaggi montani sono suggestivi, certo, ma si possono ammirare anche da un rifugio tranquillo, percorrendo un sentiero non eccessivamente impegnativo, senza affanni inutili.

Pensavo inoltre che questi montanari integralisti dopo una domenica da brivido sarebbero comunque tornati ai loro lunedì abitudinari, tra le facce a neon di un ufficio, in una fabbrica, tra gli impegni familiari. Perché sentirsi eroi scalatori per un giorno quando il nostro problema rimane pagare il mutuo e sopportare i doveri quotidiani?

Il fascino muto dei giganti rosa delle Dolomiti era innegabile, ma non riuscivo a comprendere il senso di quella processione inquieta di caschetti e scarponi che si sottoponevano a sforzi improduttivi per la gloria di poche ore.

Allora mi sono iscritta al diciottesimo corso di Escursionismo Avanzato del CAI di Padova, io che di montagna non ne sapevo nulla, io che credo nella fatica di un mestiere o di un servizio e non di una passeggiata in compagnia. Sin dalla prima uscita mi è apparso tutto terribilmente chiaro: è la montagna che ti sceglie, non il contrario. E’ la montagna che ti sale nel cuore, non tu che la scali. Ti entra nelle scarpe ridotta in sassolini e ti aiuta ad essere migliore. Quando rientri a casa, svuoti lo zaino e hai l’anima piena. Piena di risposte a domande che forse non ti eri mai posto.

La prima strada che percorri è il tortuoso mistero del tuo essere uomo e donna che lotta sereno per vivere al meglio e lasciare qualcosa di buono al mondo. Senza accorgertene, scopri l’intrigante paradosso di essere abbastanza coraggiosi per arrendersi a qualcosa di più grande e più forte. Tu non devi sfidare lei, la montagna, perché perdi di sicuro. Devi sfidare te stesso, i tuoi limiti, i tuoi cieli neri. Quando il lunedì suona la sveglia e ti butti nel traffico delle mille cose da fare, sembra tutto più semplice, sembra che tutto valga la pena e non butti via più niente.

La seconda strada è un viaggio spartito con compagni di avventura improvvisati, è il tuo rapporto con gli altri. Durante le uscite ti trovi a condividere il letto, il bagno e la paura con degli sconosciuti cui dai subito del tu. Le formalità le lasci a valle, perché pesano nello zaino ridotto all’indispensabile. Nel mondo senza vette le relazioni sono sempre così complesse: basta una parola mal interpretata per far scattare travagli inutili. In montagna il fiato lo risparmi per arrivare all’obiettivo. I pensieri e i discorsi li tessi col contagocce, ti appigli alle profondità del tuo sentire ed esce il meglio di ciò che sei. O forse anche il peggio, ma è comunque qualcosa di tuo, non filtrato, bellissimo perché vero, sono pagine della tua storia, lunga o breve che sia.

 

Ci sono tempi relativi, in questo universo verticale. E regole oscure, in questa bellezza spigolosa. In montagna conta essere il più forte nella misura in cui puoi aiutare il più debole. Devi sperare nella presenza di uno migliore di te, perché il tuo ritorno potrebbe dipendere da lui. Quando ti leghi alla sua corda poco importa cosa ne pensate della politica, che lavoro fate o in quale Dio credete: ti fidi del tuo compagno e del nodo che lega per  rapidi passi le vostre esistenze.

Ora riguardo le foto delle uscite del Diciottesimo, da Valle Santa Felicita alla ferrata Tridentina, la tavolozza variopinta delle pietre del sentiero Astaldi e la sfida impervia sulla Lipella, la pioggia in Cengia Veronesi, e il sole che scalda una birra riflessa sul Garda di Cima Capi; le stelle sfumate sul Sella e la ricerca degli azimut su Cima Larici, la storia sanguinosa di trincee in cui gli uomini si uccisero per la conquista di un monte che rimase a guardarli in assordante silenzio.

In mezzo ai pixel composti di sorrisi stanchi e corde appese, rivivo emozioni che non avrei mai pensato di provare: il rumore dei passi sulla ghiaia, il ritmo dei moschettoni, l’imperfetta meraviglia di piume di nubi tra pezzi di roccia. E il respiro affannato, in un vuoto che colma, ti dona la certa felicità dell’essere semplicemente vivo.

PS: un grazie a tutti gli istruttori e gli accompagnatori che si fanno in quattro per farci vivere esperienze come questa. L’averci reso migliori valga come una ricompensa da voi mai richiesta ma profondamente meritata.

Federica Marangon

Settembre 2017

 

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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