Ci sono navi e Navi
Quando i profughi sbarcano sul suolo italiano, viene dato loro un braccialetto con un numero, un foglio col codice identificativo e lo stato di salute (scabbia, febbre, ossa rotte, ustioni da gasolio). Vengono fatti salire su autobus di compagnie private e distribuiti nelle varie Regioni, secondo il sistema dell’accoglienza diffusa, che prevede un’equa spartizione tra Comuni. I profughi assegnati al Veneto arrivano nel parcheggio della Metro di Marghera, poco distante dal Centro Commerciale “La Nave de Vero”. Sul piazzale si dispongono in fila indiana. Gli operatori dei centri accoglienza li prelevano in base ai numeri indicati dalla Prefettura: 2 a Belluno, 10 a Verona, 6 a Rovigo, e così via. Qualcuno chiede di andare col proprio “fratello”, ma gli rispondono che “qua dite tutti di essere fratelli”. In effetti è così: dal punto di vista linguistico le parentele non sono universali; gradi e nomi sono frutto di culture famigliari profondamente diverse. Il fratello può essere la persona con cui hai attraversato il deserto per mesi, condiviso una cella di tortura in Libia e superato il Mediterraneo cattivo, che nel 2016 ne ha annegati 5000. La prassi può durare ore, col sole o la pioggia, e servizi igienici a cielo aperto. Alcuni parlano solo i loro dialetti locali e quindi non capiscono. Sono i più spaventati.
Le Leggi fantastiche
Al Centro di Accoglienza compilano il Modello C3, il verbale per la richiesta di asilo. Indicano le loro generalità, la composizione del nucleo familiare, i Paesi attraversati, la professione, la loro storia. Molti sono analfabeti, per cui il nome registrato è una trascrizione fonetica approssimativa. A volte non ricordano il nome di madre e padre. Col dito segnano la loro strada della speranza su una cartina. Quasi tutti dichiarano di esser nati il 1 gennaio: in Africa il calendario è diverso e il compleanno non si festeggia. I tempi di risposta della Commissione Territoriale dovrebbero essere brevissimi, in realtà può passare un anno. Nel frattempo i migranti ottengono un permesso di soggiorno utile per lavorare, anche in forma di volontariato. Se la Commissione dà parere favorevole si ottiene lo status di rifugiato, riconosciuto a chi scappa da guerre e persecuzioni. Nel caso in cui non si dimostri una persecuzione personale, ma rientrare in patria significa rischiar la vita, viene data la protezione sussidiaria (5 anni) o umanitaria (2 anni). In caso di diniego, si può far ricorso, pratica che ha intasato i tribunali di tutta Italia. Il decreto Minniti – Orlando (12 aprile 2017) ha ovviato all’impasse abolendo la possibilità di appello in caso di un secondo rifiuto (ordinanza di rigetto). Anche per chi gode di protezione internazionale, integrarsi e costruire un futuro è durissima. Non è semplice essere assunti senza disporre di formazione adeguata e si fa presto a finire in racket illeciti.

35 euro: il prezzo della discriminazione.
Il “pocket money” dei richiedenti asilo è di € 2,5 al giorno e sono i soldi che vengono dati direttamente a loro. I restanti 32,50 rappresentano il costo per farli mangiare, dormire, vestirli, garantire la loro salute. Sono soldi che provengono da Fondi Europei, cioè dalle tasse dei cittadini, per chi le paga. È discriminatorio nei confronti di alcuni italiani? Sì, lo è. L’ Europa ritiene che una persona necessiti di 1050 euro al mese per campare a malapena dignitosamente: quella cifra potrebbe essere uno stipendio full-time di un dipendente privato italiano. Ma la colpa non è di chi ha il sacrosanto diritto di scappare dalla fame, dalla dittatura, dallo stupro; di cercare un futuro degno della sua umanità. La colpa è delle croci che abbiamo messo in cabina elettorale: politici di sinistra, destra e quello che ci sta in mezzo, tutti privi di risposte. Con loro sì che dobbiamo indignarci.
La maledizione di Pilato
I migranti sono una cartina di tornasole per le campagne elettorali. I politici ci dividono in razzisti e buonisti a seconda dei loro comodi. I profughi sono Barabba o Gesù: lo fanno scegliere a noi. Un apparato che non riesce a gestire decorosamente una pratica INPS per l’invalidità non può pretendere di trattare gli incartamenti di migliaia di richiedenti asilo. Uno Stato che con l’ammontare dell’evasione fiscale potrebbe sostenere la spesa sanitaria per un anno intero, non è in grado di garantire un futuro a queste anime disperate, fuggite da un continente ridotto ad una pozza di sangue e fame. I piccoli Comuni che non riescono a far quadrare un bilancio, non sono capaci di risolvere la piaga dell’integrazione, affossati nei battibecchi social e in piccoli tornaconti personali. L’ingiustizia non ha la pelle nera, ma una giacca, un tight e un’ottima parlantina. Le opinioni sputacchiate alimentano una fabbrica del consenso senza logica, perché la ragione è di per sé muta e si nutre di dati e competenza. L’incapacità di chi governa miete vittime quotidiane, e noi non dovremmo mai dormirci su. Giovanni Falcone diceva “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così”.