Hanno nasi adunchi, capelli di saggina e facce da letto sfatto. Afferrano un manico di scopa, si spalmano addosso sangue di pipistrello misto a fuliggine, e sfrecciano fino al Sabba. Nelle foreste tenebrose ballano una danza strana: schiena contro schiena ed un piede calciato in aria. “Emen, hetan”, siamo qui e siamo là, siamo dappertutto, gridano. Ridono tra le fiamme di candele nere e melodie di flauto. Firmano con il sangue patti eterni col demonio: lui le morde o le graffia, lasciando loro sul collo una zampetta blu, segno della fedeltà al Male. Bruciano, ardono in roghi invocando il loro credo, mentre la folla ghigna di paura. Il buon Signore dell’ordine le vuole cenere e vento, un mucchietto di nulla grigio.
Tutte le streghe volano. La strige è un uccellaccio notturno che si nutre del sangue dei bambini, creato dal demonio nel tentativo di imitare i variopinti usignoli di Dio. Il nome è un’onomatopea, una di quelle parole miracolose che imitano i suoni delle bestie e dei fenomeni atmosferici. Sono le parole più vere e più antiche. Volano le arpie, piombando sui banchetti degli eroi e trasformando le focacce in cacca; vola la russa Baba Yaga in un mortaio guidato col pestello. Vola la mosca del burro, la butter-fly (farfalla), che per dispetto fa inasprire il caglio dei pastori. Streghe contro la vita e ciò che nasce, sia un fanciullo paffuto o il grano profumato.
Incontriamo la strega nei boschi, quando smarriamo la strada di casa. È una vecchietta debole che con una mela o caramella ci convince a seguirla. A volte è un fantasma inconsistente, come il Male. Abbiamo paura del Male ma non sempre lo sappiamo riconoscere. È privo di materia e si infila dentro di noi fino a che non trova cibo per sfamarsi. Riusciamo ad essere più forti di lui solamente quando diventiamo più leggeri, quando voliamo più veloci.
Una strega dell’alba del mondo è Medusa, regina degli abissi, con serpenti al posto dei boccoli. Chi la fissa per pochi secondi viene trasformato in pietra. L’unico che riesce a sconfiggerla è Perseo, che sferza le nuvole con sandali alati. La sconfigge tagliandole la testa mentre la controlla da uno specchio: la vede ma non la guarda. La testa mozzata diventa il suo premio, l’unico fardello che conviene portarsi appresso, per ricordare la battaglia vinta e la paura sconfitta.
Togliere peso significa comprendere ciò che val la pena di tenere e ciò che occorre lasciare. Non è l’essere privi di sostanza, è avere con sé solo il sacro poco. Spesso ci teniamo stretti a qualcosa che non si tocca, che è senza peso: un’idea, un sentimento, un dolore. Montale lo canta in un pezzo di “Ex Voto”, dedicata alla moglie scomparsa:
Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia.
Sono versi che volano. Il verbo all’attacco è sospeso fin che non si appoggia sul complemento oggetto che sta su uno scalino più basso . Nell’ultimo verso è addirittura il soggetto ad apparire dopo il predicato in bilico, come se la formula non dovesse finire mai. Per la tecnica, si tratta di un enjambement. Per la bellezza, è un modo per riempire di silenzio il vuoto, il vuoto di lei, che è il tutto per lui. La profondità richiede leggerezza, sempre. Nel bene, e nel male.