Amare chi ci ferisce: “Lettera al padre” di Franz Kafka

Accade che una persona diventi il centro del tuo universo. Non si tratta di una scelta consapevole; è più che altro la risposta ad una chiamata. Un giorno scopri che tutto ciò che fai non avrebbe senso senza l’esistenza di questo essere umano. Ciò che a lui piace è ciò che conta; e tu sei quello che lui vede in te. Cessa di scorrere il tempo e non ti importa nulla dello spazio: l’unico orizzonte possibile è l’ossessione che hai per una creatura magica e terribile, che non ti vuole. Sono legami tossici, relazioni a senso unico o, meglio ancora, strade chiuse. Chiamare amore un’ossessione è traviante. L’unica cosa vera di questo stato di cose è il disamore che si prova verso noi stessi: il tormento di non essere abbastanza e di non meritare le attenzioni dell’altro, l’attesa di una certa disfatta pure nei momenti felici. Chi accetta di stare dall’altro lato del cappio, spesso, è un Narciso, ovvero colui che ama solo se stesso e sceglie la vittima sacrificale per rafforzare il proprio ego. Narciso si nutre di un’anima innamorata e disperata: ogni suo gesto gentile è solo un altro spuntino per rimanere vivo. Non senti la voce di chi ti mette in guardia. Non importa se lui è una persona immeritevole: ormai è diventato misura di tutte le cose, per cui il bene e il male, il giusto e lo sbagliato si confondono nei suoi occhi e reggono il tuo mondo in dissolvenza.

Accade poi che l’illusione dell’amore passi di colpo. Un giorno ti svegli e l’universo torna a posto. Ti rimetti al centro, riempi le tue giornate di imprese liete. Ti stupisci dell’importanza data a chi non valeva nemmeno una tua lacrima, lo vedi per ciò che è. Tornare indietro ti pare impossibile: la vittima sacrificale, d’ora in poi, sarà qualcun’altro. Un po’ ci si reinventa, un po’ si torna quelli di prima e ci si promette solennemente di non ricadere nella trappola. La persona a cui dedicavi ogni tuo istante cresceva nella tua mente e da lì se n’è volata via. Si può guarire da un’ossessione simile, ma non quando il Narciso è tuo padre e l’affare inevitabilmente si complica. Il suo sangue scorre nel tuo: è impossibile fingere che lui scompaia e che tutto torni come prima. Tu esisti perché c’è lui, e ciò insinua in te la convinzione di essergli eterno debitore, pure se non ti ama come vorresti, come meriti.

Nel novembre del 1919, Franz Kafka scrisse una lettera a suo padre e la affidò alla madre. Sono righe lucide e crudeli, a tratti commoventi. Il bambino, il figlio e il genio si confondono in un rapporto saldo nella sua instabilità. Il padre forgiò l’universo kafkiano che ritroviamo ne “La Metamorfosi”, “Il Processo”, “America”; terra dell’incomprensibile, dove tutto è sfuggente e contraddittorio. Si giunge ad amare chi ci ferisce quando le domande superano le risposte; quando ciò che non capiamo pesa più di ogni evidenza, quando perdiamo il senso del giudizio. Il mondo infantile di Franz si divideva in tre parti: il piccolo figlio “schiavo” che soggiace ad ordini assurdi, il tiranno che detta legge e il resto dell’umanità, libera e felice. L’affetto c’era, sì, ma non tutti i bambini hanno il coraggio e la forza per cercarlo a lungo e l’incanto dell’essere amati si trasforma in paura di deludere.

L’adolescenza di Franz fu un tortuoso percorso verso l’approvazione del genitore, che se da una parte esigeva il successo a scuola e nella vita sociale, dall’altro attendeva l’inevitabile fallimento. Il padre, con tanto sacrificio, era riuscito a garantire al figlio un’esistenza agiata, che continuamente gli rinfacciava: il figlio gustava tale privilegio solo al prezzo di un eterno senso di colpa per una miseria mai vissuta. Per il padre gli altri erano tutti senza valore, e nonostante il figlio ormai adulto riconoscesse il lato ridicolo di alcune affermazioni, non poteva fare a meno di non prenderle in considerazione. Perché l’uomo che le esprimeva era tutto ciò che aveva; e quando l’autoritarismo di questa figura prudeva come un morbo, compariva l’immagine di un gigante debole, che piange la morte della moglie appeso alla libreria, che sorride per una battuta detta durante la cena; un Narciso che dà e toglie seguendo una logica oscura. “La stima di me stesso – dice Kafka – dipendeva da te molto più che da qualsiasi altra cosa, ad esempio da un successo esteriore”.

Franz Kafka non si sposò mai, nonostante definisse il matrimonio come “la meta più alta che si possa raggiungere”. Ma la vita coniugale era ambito esclusivo del padre e lui non avrebbe mai potuto imitarlo senza andare verso una scontata rovina. Il matrimonio l’avrebbe reso del tutto indipendente e appagato, in linea con le aspettative del genitore, della società, della religione. E se fosse andato male? Transitare dalla famiglia d’origine ad una nuova da lui costruita sarebbe stato come “fuggire da un carcere e allo stesso tempo volerlo trasformare in un castello di campagna”. L’amore di coppia era un idillio triste che funzionava fin tanto che c’era chi ordinava e chi soccombeva e lui non avrebbe accettato nessuno dei due ruoli.

Franz immaginava la carta della terra spiegata e suo padre disteso sopra: avrebbe potuto prendere in considerazione solo le zone che lui non copriva e la letteratura costituiva una terra vergine. I pochi libri che pubblicò in vita non piacevano a suo padre, rappresentavano fantasie improduttive e nella vita l’utile era ben altro. L’autore, poco prima di morire, fece promettere all’amico Max Brod di incendiare tutti i manoscritti; promessa non mantenuta, per nostra immensa fortuna.

Kafka non sarebbe Kafka se suo padre non fosse stato così. Ognuno di noi ha coltivato un Narciso che l’ha ferito ma l’ha reso migliore, o l’ha reso semplicemente quel che è. La sola cosa che conta, l’unico atto ribelle e salvifico, è sopravvivergli. E la verità, in questo caso, la si lascia un poco perdere.

 

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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