La frase “sto mentendo” ha due facce: se è vera, sono un bugiardo poiché mento. Se è falsa, lo sono comunque perché dico una cosa non vera. Si tratta del paradosso del mentitore, gioco logico che sintetizza un cruccio quotidiano: saper distinguere le bugie dalla verità. La Corea del Nord si attorciglia attorno a questo asse.
È una delle dittature più pericolose al mondo: ora tiene in scacco gli Stati Uniti col pericolo del nucleare, ma per il popolo la tragedia va avanti da oltre settant’anni. Negli anni Novanta, crollato il comunismo sovietico, 3 milioni di persone sono morte di fame: l’ideologia della Juche – l’autosufficienza – impediva di chiedere forniture alimentari esterne, nonostante giungessero vagoni di Bordeaux e aragoste per i capi. Sotto il regime di Kim Il Sung potevi essere sbattuto in un gulag se non conoscevi a memoria il suo discorso di capodanno (2 pagine di quotidiano). Il successore, il figlio Kim Jong Il (al potere dal 1994 al 2011) aveva invece un’anima artistica: scriveva orrendi drammi teatrali sulla rivoluzione comunista. Uno s’intitola “Il mare di sangue” e i nordcoreani l’hanno dovuto applaudire migliaia di volte. In quel caso, un Fantozzi che grida “è una cagata pazzesca!” sarebbe stato freddato con una cannonata.
Il reportage “All’ombra del dittatore grasso”, dell’inglese Michael Breen, narra le gesta feroci dei due predecessori dell’attuale leader Kim Jong Un, ai quali hanno dedicato pure una specie di peonia e di orchidea, nonché mausolei trash. I nordcoreani sono tuttora isolati. Il loro sistema internet non è connesso al mondo, tanto che nel 2001 il fratello di Kim Jong Un venne sorpreso con un passaporto falso mentre si recava a Tokyo convinto di poter visitare Disneyland (che è notoriamente a Parigi).

La propaganda del regime ha costruito una realtà parallela, un Truman Show dai risvolti distopici e criminali. Breen lo chiama “Il Paese delle menzogne” e racconta un episodio emblematico. Un suo amico nordcoreano, riuscito ad andare in Cina, gli disse: “Da quando sono qui mi capita di leggere la stampa straniera. In base a tutto quello che mi hanno sempre insegnato, quello che i giornalisti stranieri raccontano della Corea del Nord è falso. Ma quando leggo gli articoli non riesco a capire dov’è che non dicono la verità”. L’informazione controllata opera un lavaggio del cervello di massa: 25 milioni di persone sanno che il Giovane Leader è un mostro ma gli devono cantar le lodi ogni mattino. Sanno che si muore di stenti e di freddo, pur se abitano “la Patria più bella del mondo”, come viene definita dal capo che ha docidi castelli e divani in pelle di volpe. Gli ufficiali dell’esercito mentono addirittura a chi porta aiuti umanitari: nel 2001 Andrei Natisios, membro di una ONG statunitense, diceva che persino alcuni funzionari delle Nazioni Unite giunti in Nord Corea ipotizzavano che non ci fosse alcuna situazione di emergenza. Alcuni se ne andavano innervositi e allibiti dall’assoluta dis-percezione della realtà: gli ufficiali sembravano credere sul serio che le cose filassero lisce e mostravano solo gli aspetti positivi (per esempio le strade della capitale Pyongyang, dalla quale sono stati scacciati vecchi e disabili per rispetto al decoro). Talvolta alcuni civili vengono arrestati per reati non commessi e li confessano pur di non farsi incriminare per colpe che prevedono la pena capitale. La documentata descrizione delle torture di innocenti, accusati di aver rubato qualche grammo di riso, fa sanguinare le pagine del libro di Breen. Nemmeno l’horror più truce riuscirebbe ad avvicinarsi alla realtà.
Nonostante l’odio per i bugiardi, i tre Kim sono mentitori nati. Un giorno la cognata di Kim Jong Il criticò i sorrisi forzati di alcuni bimbi in filmati di propaganda. Lui rispose di esserne consapevole, ma se diceva ai registi di far riprese meno artificiali, avrebbero inquadrato creature miserabili vestiti di cenci, cioè la verità. La menzogna è causa ed effetto del sistema nordcoreano e delle dittature in genere. Esse nascono dalla rabbia nei confronti delle ingiustizie subite dall’oppressore (in questo caso, il Giappone) e promettono di creare una società ideale che si sviluppa grazie alle violenza e repressione. La dittatura è quindi un’enorme bugia.
Emigrare dalla Corea del Nord significa rischiare la pelle. Negli ultimi vent’anni, 30 mila persone sono riuscite a disertare. Se ti beccano ti uccidono o ti rinchiudono in un campo di lavoro. Chi rimane in questo inferno farà come la regina Vittoria quando udiva il marito entrare nella stanza da letto: “mi stendo, apro le gambe, chiudo gli occhi e penso all’Inghilterra”. Ma queste anime l’Inghilterra non la vedono nemmeno su google maps. I nordcoreani, per sopravvivere, fanno sogni bugiardi.