Bella da impazzire: Sylvia Plath fra tormenti e creme miracolose

10 milioni di euro spesi per creme e capelli nel 2015 (indagine Istat riportata da Il Sole 24 ore). Dal dentista ne spendiamo 9 e in farmacia 13. Terzi al mondo per numeri di interventi di chirurgia estetica, nonostante la fame e la crisi nazionale. Si accendono mutui per restaurare pancetta, zinne cadenti e zampe di gallina. Si impazzisce per le operazioni low cost nei Paesi dell’Est, nonostante il rischio di ritrovarsi un deretano al posto della faccia a causa dell’utilizzo di prodotti scadenti e pratiche da macelleria.
È un’ossessione antica, la bellezza. Più di duemila anni fa, Ovidio dava consigli alle donne su come vestirsi, truccarsi, mangiare e parlare per essere attraenti. Dal III Libro, L’Ars Amatoria diventa un Vanity Fair in versi latini, ed è strepitoso. Lavatevi – insegna il poeta – aumentate il candore della pelle con un velo d’argilla e segnate gli occhi con la cenere, ma non mostrate mai i vasetti degli unguenti al vostro innamorato: l’arte dell’amore giova se è ben nascosta. Nessuna femmina è veramente bella se non si spalma sul corpo le midolla di cervo, se non si colora i capelli con le erbe di Germania e – se ha i denti brutti – meglio che pianga. Chi non abbonda di fascino, giunga alla festa quando gli uomini sono già ebbri, così sembrerà più carina e si farà dire “moves incendia”, tu mi metti il fuoco addosso.
La bellezza è l’esperienza dell’assoluto. È quell’orizzonte in cui sentiamo di non aver bisogno di altro, di non voler essere in nessun altro luogo. Ignoriamo di cercare la bellezza fino a quando non ci inciampiamo sopra e non vogliamo più andar via. La vanità, invece, nella sua accezione etimologica indica il vuoto, ciò che è effimero e di per sé inutile, l’esperienza del nulla. La differenza tra le due non è facilmente individuabile, soprattutto quando si parla di una donna.

Anche chi ha un mondo interiore ricco e pieno di meraviglia non resiste al richiamo della vanità. La vita della poetessa Sylvia Plath è una tragedia, e lei ne racconta una parte in “La campana di vetro”, pubblicata a 31 anni, un mese prima del suo suicidio, nel 1963. E’ un’opera amara, breve e necessaria come un espresso senza zucchero il lunedì mattina. Racconta il periodo del soggiorno a New York come redattrice di una rivista di moda, vinto con una borsa di studio a 19 anni. A giugno torna a casa e la notizia di non essere stata ammessa ad un prestigioso corso di scrittura la fa letteralmente impazzire. Verrà curata con cicli di elettroshock, poi verrà ricoverata in una clinica psichiatrica dove rimarrà per un anno, fino al 1954. I giorni narrati sono il percorso dissestato tra la ricerca di un senso dell’esistere e un modo per uccidersi. Ci riuscirà dopo la dolorosa separazione dal marito, il poeta Ted Hughes, ficcando la testa nel forno a gas, dopo aver lasciato due tazze di latte fuori dalla cameretta dei figli.

Il dolore scritto in questo testamento è stranamente incomprensibile. Era tormentata dal desiderio di piacere a uomini che detestava, a partire da suo padre. Poco importava esser studentessa modello, gonfia di talento: continuava a soffrire per offese stupide di ragazzotti di provincia, signore mediocri e ragazze in pelliccia. Visse sulla fragile fune del bivio tra il diventare una poetessa acclamata o una stimata donna di famiglia, piena del vuoto borghese dei the con le amiche e cene apparecchiate per il marito. Era una sintesi imperfetta di carne e spirito, un frammento destinato all’autodistruzione. Si sentiva un “cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi”, un’anima in una campana di vetro, al di fuori del quale l’universo è un incubo e gli altri non ti amano, nemmeno tua madre, tanto da gettare a terra le rose che ti porta per il compleanno.

Esisteva solo lei, Sylvia, e si detestava. Non era mai all’altezza della propria bravura ed aspirava ad essere una ragazza comune, con “viso affilato e zigomi alti”. Siamo ingiusti con i geni della parola come lei, poiché amiamo il dolore che li distrugge. Si mettono nudi allo specchio e mostrando la loro sofferenza ci scrollano di dosso la nostra. Siamo ingiusti anche con le donne che tentano di piacere ad ogni costo, o per la mente ingombrante o per il fisico perfetto, o per qualcosa che non sanno nemmeno loro. L’altra faccia della vanità è un’assoluta ed incandescente innocenza, che cerca di colmare un vuoto che schiaccia.

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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