A DIRE IL VERO, SI MENTE. Il caso della bufala sull’accoglienza obbligatoria dei Rom e il falso testimone delle atrocità del lager.

Nell’agosto del 2016 girò voce che ogni nucleo familiare italiano avrebbe dovuto ospitare un ROM. Si trattava di una bufala lanciata dal sito last-webs: “SEL e PD hanno proposto una nuova legge per l’aiuto dell’integrazione delle minoranze etniche in Italia. Avere l’onore di poter ospitare magnifici esponenti del popolo rom in casa (…). Molti rom, infatti, sono tesserati col SEL o col PD in quanto sono molto tutelati dal dr. Renzi. La nuova legge prevede una clausola molto particolare. Chi si rifiuterà di ospitare un esponente rom o sinti in casa propria per un anno sarà condannato da 10 a 25 anni di carcere”.

La notizia venne visualizzata da 58.000 persone e condivisa da 30.118 persone. Sono tantissime, considerando che con 30.000 copie vendute online, un singolo diventa disco di platino. Chi scrive queste notizie lo fa per gli stessi motivi per cui si uccide il prossimo: vendetta, soldi, gelosia. L’ha spiegato bene Gianluca Lipani, il ventenne di Caltanissetta diventato il re del finto giornalismo, denunciato dalla Polizia postale siciliana per istigazione alla discriminazione razziale. Nell’intervista dell’Espresso del 16 ottobre 2015, raccontò a Maurizio Di Fazio che faceva soldi a palate grazie allo spammo selvaggio di balle su immigrati, tipo il padre che taglia le palle allo straniero che ha abusato della figlia: le pubblicità pagavano due euro ogni mille visualizzazioni, e quel pezzo ne ha avute 6 milioni. Paladino di cittadini “lasciati nella miseria” da parte di uno “Stato ignobile che pensa a sfamare i propri governanti”, Lipani trattava le notizie come i duelli del far west: vince chi la spara più grossa, tanto “le baggianate proliferano anche nel giornalismo vero”. I buoni e i cattivi sono classificazioni demodé.

Eppure non è detto che chi legge e condivide bufale ci creda sul serio. Lo chiesi ad una mia amica che riportò il fatto dei ROM sulla propria bacheca, corredata dalla reaction dell’indignata. L’aveva presa da “ilmessaggio.net”, sito di bufale il cui nome scimmiotta “Il Messaggero”, tipo i calzini low cost della “NKE”. Conoscendola, ritenevo impossibile che ci cascasse davvero: è una persona sveglia; ha un buon lavoro, si è sposata e ha acceso un mutuo. Fa volontariato in parrocchia, adora il giardinaggio e i cani meticci. In realtà non stava preparando la stanza per l’accoglienza coatta di un sinti e non credeva sul serio alla notizia. Però l’aveva visto con i propri occhi lo zingaro che la settimana prima l’aveva scippata fuori dal centro commerciale, rubandole i soldi e la patente, costringendola a prendere valium per una settimana. Era questa la sua verità e chiedeva giustizia, così, un po’ a caso, un po’ a tutti.

Noi del nordest siamo ricchi, impauriti e presumibilmente colti (l’Istat ci inserisce tra i lettori più accaniti). La dura conquista del nostro benessere ci ha resi talmente disillusi da non aver più fiducia nelle istituzioni. Ma dato che nella vita a qualcosa bisogna pur credere, ci affidiamo alle fake news di Salvini, ai revanscismi fascisti e alle balle social. Gianluca Lipani dice che basta conoscere l’italiano per capire se una notizia è falsa: nella bufala il linguaggio è “comprensibile a tutti, pur se grammaticalmente non corretto”. Come se la buona scrittura fosse il cavallo di Troia della menzogna. Infatti noi compriamo il Suv e le Vuitton, ma amiamo i politici che “parlano alla gente”, magari in dialetto. Aduliamo i piccoli esercenti che combattono contro le vessazioni del fisco ma sappiamo che le tasse non le hanno mai pagate. Perché la verità da qualche parte esiste, ma la bugia bisogna saperla creare e raccontare. Mostrare. L’affabulazione è una seduzione antica. Ulisse si salva la pelle raccontando bugie. E le menzogne di Ulisse raccontano la verità su una civiltà intera. È vero che i Sinti spesso rubano, non pagano le utenze, è vero che molti Comuni se li ritrovano lì non riescono a gestire la loro presenza: ma perché, per dirlo, devo inventarmi una storia?

Nel 1978 uscì “Memorie dall’inferno”, il memoriale di un meccanico catalano sulle atrocità del lager di Flossenburg. Vi era stato deportato nel 1943 col numero 6448. Enric Marco tenne centinaia di conferenze, raccontando quell’esperienza disumana, prestando voce a migliaia di vittime che non ce l’avevano fatta. Nel 2005, mentre si preparava a tenere un discorso davanti a Zapatero in occasione della giornata della memoria, venne travolto dallo scandalo: uno studioso della Shoah, Benito Bermejo, aveva scoperto che il numero 6448 non esisteva, e che Enric Marco si era inventato tutto. Non furono i contenuti precisi e dettagliati ad insospettirlo, bensì il gusto con cui li narrava, anomalo in chi l’inferno lo tiene ancora nell’anima. Lui si difese dicendo che aveva “detto la verità”, solo che non era la sua. Lo scrittore Vargas Llosa lo prese in simpatia, definendolo un romanziere, colui che inventando storie racconta la realtà pura. Infatti quel 27 gennaio il suo commovente discorso venne letto da un vero deportato, senza cambiare una virgola*.

L’etimologia del termine “bufala” è incerta. Secondo una teoria deriva dal fatto che alcuni ristoratori romani disonesti ingannavo la clientela servendo carne di bufala spacciata per carne di vitello, molto più costosa e pregiata. Forse la verità è un po’ così: più sei affamato e povero di risorse, più facilmente mangi ciò che ti rifilano.

*Vicenda raccontata da Claudio Magris nell’articolo “Il bugiardo che dice la verità” pubblicato sul Corriere della Sera il 21 gennaio 2007 e inserito nella sua “Alfabeti”, Garzanti, 2008.

Federica Marangon

 

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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