L’EUTANASIA E’ IL CAPOLAVORO DELL’INDIVIDUALISMO

“Fernando Pessoa chiese gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo…”

R. Vecchioni, Le lettere d’amore. 

 

LA TANGENZIALE DI PADOVA COME IL TAGO DI LISBONA

Alle otto del mattino la tangenziale di Padova offre uno spettacolo surreale nella sua consuetudine. È una lenta carovana di SUV e utilitarie scassate che sputa fumo e musica come fosse un palcoscenico lungo chilometri. Si suona il clacson per emulazione e la precedenza diventa un diritto inalienabile. Gli speakers della radio sono troppo allegri per mettermi di buon umore e i notiziari troppo terribili, così ho iniziato ad ascoltare i classici letti da Valter Zanardi nel suo canale YouTube (Valter Zanardi letture). Zanardi è un neurologo diplomato in pianoforte che legge per gli altri “per sentirsi utile”, “nella speranza di lasciare un segno del mio passaggio terreno” (Valter Zanardi, “Il neurologo mite”, da Il Fatto Quotdiano)

Valter registra audiolibri per conquistare una goccia di eternità e io lo ascolto per dare senso alle mie ore in tangenziale, che l’affollata solitudine del traffico rende più lunghe delle ore normali. La prima opera ascoltata è stata “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa. Bernardo Soares (uno degli eteronimi di Pessoa) se ne andò prima di finirlo, lasciando ai critici l’ardua impresa di rammendare i frammenti di “un’autobiografia senza fatti”, una serie di pensieri che il contabile di Rua Dos Duradores si rovescia addosso casualmente. Ogni pagina è una collana di perle pazientemente ordinate su un filo che poi viene spezzato, lasciandole cadere in una danza rovinosa e lucente. Pessoa non racconta una storia, ma attimi di rivelazioni avute durante giornate ordinarie, quasi noiose. Si tratta di un flusso continuo di verità inconcludenti, talvolta contraddittorie, sulla vita, sulla morte e su tutto ciò che ci passa in mezzo. Quell’opera è un incantesimo, e chi l’ha letta sa cosa intendo.

Il filo che unisce le perle della collana è la domanda che mi pongo anch’io mentre sgrano le marce in tangenziale, ovvero: noi, qui, che ci facciamo? Siamo passeggeri anonimi, foglie secche che ronzano in un mulinello universale, “immondizia residuale di stelle e di anime”. L’erba crescerà lo stesso senza di noi, dice Soares, come si ergono monti antichissimi. Noi, invece, scompariamo in mete oscure, lasciando il nostro corpo come un abito abbandonato di cui non si ha più necessità. Che senso ha – si chiede – tutto l’amare, il lavorare e il soffrire di persone che non faranno nulla di straordinario nella vita?

Quelle di Pessoa sono riflessioni delicate nella loro impudente onestà e lui le tesse guardando il Tago, il fiume che attraversa Lisbona e si gonfia fino a confondersi con l’Oceano. Lisbona stessa è una città inquieta ed esitante: è la fine dell’Occidente Europeo, ma anche l’inizio dell’avventura atlantica. È la città in cui Calipso perse la testa per Ulisse e, divorata dalla rabbia dell’abbandono, si tramutò in serpe velenosa. Pessoa è incantato dalla “maestà irregolare” di Lisbona, dalla sua luce obliqua, dai gabbiani bianchi che attraversano il cielo nero mentre transita una massa minacciosa di pioggia sulla Baixa. Al chiaro di luna anche l’accozzaglia di ferraglie e piloni del porto di Alcantara non ha nulla da invidiare alla bellezza della natura. Ascoltando le sue parole, la tangenziale di Padova diventa il mio Tago e mi annego nelle visioni lucide di uno stregone della letteratura novecentesca. Il tergicristallo infilza le prime foglie gialle degli alberi di Via Uruguay e l’autunno ricorda la fine di tutto. L’autunno è Pessoa stesso, sdraiato nella bruma calante di una Lisbona che non ho mai visitato.

“Il libro dell’Inquietudine” è la miglior espressione del paradosso ontologico insito nella letteratura. Bernardo Soares, insignificante e inesistente protagonista di una storia inconcludente, diventa un individuo immortale sul quale non si smetterà mai di riflettere. E lo diventa perché Soares rappresenta un po’ tutti noi e il nostro doppio infinito: la ricerca di una completezza che ci faccia sentire unici e la rivelazione che è questa smania a renderci uguali a tutti gli uomini di tutti i tempi. È il nostro individualismo a renderci umani.

La letteratura, scriveva Pessoa, “è la conferma che la vita non basta”. E in effetti la vita non basta mai perché tutti tentiamo, con le nostre buone o cattive azioni, di sopravviverle. Anche quando la nostra vita biologica cessa, speriamo che quella “biografica” – la nostra storia e la nostra identità – continui a lasciare flebili segni.

“NEURONE SPECCHIO” DELLE MIE BRAME

Un giorno, avendo bruciato tutti i giga del telefono (la registrazione di Zanardi dura più di dieci ore), ho acceso la radio. Si parlava dell’epocale sentenza Cappato, l’attivista radicale che ha accompagnato Dj Fabo in Svizzera per consentirgli di morire, commettendo il reato di istigazione al suicidio. L’opinione pubblica era abbastanza d’accordo nel considerare quella di Marco Cappato una “colpa innocente”, ma la Legge era in imbarazzo. Il dolore non permetteva a Fabiano Antoniani di vivere come avrebbe voluto e, non essendo fisicamente in grado di porre fine alla sua sofferenza, ha chiesto la mano ad un amico. Marco Cappato è stato accusato di un delitto infame quando, in realtà, ha commesso la più umana delle azioni, cioè realizzare l’ultimo desiderio di una persona a cui voleva bene. Alla fine è stato graziato dalla Corte Costituzionale, ma la norma non è cambiata nella sostanza, tanto che gli stessi giudici hanno definito “indispensabile l’intervento del legislatore”  (“Cosa cambia dopo la sentenza Cappato” da “Il Post”). “Suicidio assistito” ed “eutanasia” sono due pratiche distinte, ma l’impasse costituzionale su cui si ragiona è il medesimo: siamo talmente liberi da poter decidere di farci uccidere? Come nessuno mi può costringere a morire, perché qualcuno mi può obbligare a vivere?

Pessoa scrutava il senso dell’esistere passeggiando sul Tago e sorseggiando Porto, mentre le speculazioni psicologiche galleggiavano inquiete. Cercava, senza successo, risposte a domande che ogni uomo prima o poi si fa, al di là dell’orizzonte culturale ed etico verso il quale cammina. Chi convive con una sofferenza tale da pensare alla morte come la più dolce delle soluzioni, le risposte le ha già trovate. Purtroppo la Legge non è la Letteratura, e nell’affannoso tentativo di rappresentare equamente tutti gli individui, finisce per non rassomigliare a nessuno di loro. La Legge dello Stato appiattisce le singole identità come fosse un batticarne pur se l’intento è  di proteggerle tutte da buon “pater familias”.

In questo senso immagino lo Stato come il “Leviatano” di Hobbes: un mostro sovrano il cui corpo è formato da tutti gli individui- sudditi, che guida e comanda. Secondo Hobbes, l’essere umano è istintivamente bramoso, immerso nell’insaziabile desiderio di avere di più degli altri. La guerra perenne è quindi una condizione naturale per l’umanità. Ma l’uomo ci tiene alla propria sopravvivenza, e per non rischiare continuamente la vita, cede un po’ della propria libertà e bramosia al sovrano, a patto che tutti facciano altrettanto. Diventa così meno libero ma più sicuro e il mondo acquisisce ordine e quiete.

L’immagine nel frontespizio del “Leviatano” di T. Hobbes.

Nonostante il trattato del 1651 sia stato interpretato come il fondamento ideologico dell’assolutismo monarchico, di fatto decretò l’ingresso nella teoria politica di una caratteristica consustanziale dell’uomo: l’egoismo. Da allora, mentre fioriva la media borghesia e l’anima del commercio decideva come far girare il pianeta, qualsiasi sistema sociale ha dovuto fare i conti con l’individualismo.

Se il paradosso ontologico della Letteratura è che puoi dare significato all’insignificante scrivendone – e se quello della Legge è tentare di rappresentare ogni individuo finendo per non assomigliare a nessuno – il paradosso dell’uomo è che è uguale agli altri nel sentirsi unico, nel porre la propria esistenza prima di qualsiasi altra cosa. Anche quando bramiamo la nostra fine stiamo mettendo la nostra esistenza prima di qualsiasi altra cosa, perché la vita come esperienza individuale non è quella biologica ma quella biografica. Il dolore fisico ci trasforma e ci annulla, può ridurci a non essere più chi eravamo: andarcene prima è un modo per affermare la nostra identità.

La perenne lotta per la sopravvivenza di cui parlava Hobbes non è solo una condizione storico-filosofica, ma un precetto dell’evoluzione umana. Da Darwin in poi sappiamo che siamo stati programmati per essere egoisti e belligeranti. Eppure non tutta la neurobiologia vien per nuocere: nel 1995 l’equipe del Professor Rizzolati individuò un’area del cervello in cui operavano i cosiddetti “Neuroni Specchio”, cellule che si attivano quando ci mettiamo in relazione con le emozioni degli altri, permettendoci di “sentire” come si fosse l’altro. Si tratta di un processo affascinante e intricato, che Cristina Cecchi in un illuminante articolo di Micromega ( “Egoista o altruista? La natura umana da Hobbes ai neuroni specchio”) pone in parziale contraddizione col disfattismo hobbesiano donandoci un briciolo di speranza . Nel momento in cui proviamo il dolore dell’altro fino ad immedesimarci con esso, noi siamo l’altro e il nostro individualismo sfrenato diventa la leva per un’empatia destinata a tirar fuori il meglio da entrambi.

SE POI E’ COSI’ DIFFICILE MORIRE

Il meccanismo fisiologico dell’empatia è talmente forte da indebolire il timore verso l’autorità, sia essa rappresentata dal Leviatano che ci vuole suoi sudditi o dalla Legge a cui bisogna obbedire.

Negli anni Sessanta, lo psicologo di Yale Stanley Milgram scrisse un libro intitolato “Obbedienza all’autorità” in cui illustrò un esperimento sociale di cui ancora si discute. I volontari reclutati dovevano insegnare una sequenza di parole ad alcuni allievi, che in realtà erano complici dell’esperimento. In seguito dovevano far ripetere agli allievi le sequenze di parole. Nel caso in cui la risposta fosse stata errata, i volontari avrebbero dovuto premere un pulsante che infliggeva al complice una scossa elettrica a voltaggio sempre maggiore. Il risultato fu che il grado di obbedienza all’autorità (il medico che impartiva gli ordini) calava sensibilmente quando diminuiva la distanza tra insegnante e allievo. Nel caso in cui l’allievo e l’insegnante erano connessi via radio senza vedersi, il 62,5% dei volontari eseguiva l’ordine, seppur con una certa reticenza. Nel caso in cui l’insegnante era vicinissimo all’allievo e doveva spostargli il braccio su una piastra per calare la scossa, il 70% dei volontari si rifiutò di eseguire l’ordine. Qualcuno pianse, svenne, gridò che era un trattamento inumano. Toccare (letteralmente) con mano una vittima sofferente rese la maggior parte dei volontari ribelli all’autorità ed empatici.

La Legge non cammina nelle corsie degli ospedali, non sente il respiro agonico di chi sta morendo, quel soffio che pare provenire dall’Ade: oscuro, pesante e ormai lontanissimo. La Legge non guarda negli occhi chi chiede una fisiologica pietà, più difficile da argomentare che da attuare. La Legge non assiste anziani stanchi di un accanimento in certi casi grottesco, praticato in nome della medicina difensiva e non in quello di una cura dignitosa e doverosa.

Marco Cappato si è ribellato all’autorità, così come fanno, silenziosamente, numerosi medici che in diverse indagini anonime hanno ammesso di sospendere cure inutili disobbedendo ai protocolli sanitari (Fine vita: esito ricerca dell’Istituto Mario Negri) e come chiede il il 93% degli italiani dichiarandosi a favore di una legge sull’eutanasia.

Nei dieci anni in cui ho lavorato in Casa di riposo, la morte è stata oggetto di quotidiane discussioni tecniche ma anche di profondi interrogativi morali. Mentre percorro la tangenziale in autunno, ascoltando Pessoa interrotto dalla notizia della sentenza Cappato, ripenso ai colleghi che ho avuto la fortuna di incontrare. Rivivo la delicatezza struggente con la quale riuscivano a stare accanto a chi moriva e ricordo, con profonda emozione, la frase espressa appena staccavano gli occhi dai corpi ormai disabitati: “io, questa fine, non la vorrei fare mai”. Spesso ci siamo stupiti di come si trasformava il volto delle persone che morivano dopo sofferenze lunghe e spesso insensate: era disteso, quasi ringiovanito, erano finalmente “loro”.

Io credo che non esisterà mai una Legge perfetta sull’eutanasia, ma so che ne esiste una in grado di elevare la nostra componente biologica empatica al Bene Comune ed è l’imperativo categorico kantiano: “agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale”, cioè tratta gli altri come vorresti trattassero te e fanne una legge valida per sempre. Non occorre (e di certo non basta) un Leviatano impassibile per farci realizzare la legge morale che teniamo scritta nel nostro nocciolo di umanità e che ci permette di essere completi e infiniti.

L’ha detto bene Ferdinando Camon nel 2008, all’indomani del caso Englaro. Cito le sue parole perché esprimono chiaramente come l’eutanasia sia il vero capolavoro dell’individualismo:

“Quando il malato irrecuperabile, in coma vegetativo, vien tenuto in vita perché non c’è una Legge che ne autorizzi la morte, tenendolo in vita non si ama il malato, si ama la Legge. Quando la Chiesa, di fronte a un malato che non ha più alcun rapporto con noi, è perso nell’incoscienza da un decennio e mezzo, dice che va tenuto in vita perché la vita è di Dio, la Chiesa non ama il malato, ama Dio. Quando il medico dice che la sua Scienza gli insegna come tenere in vita e non come far morire, e che perciò lui terrà in vita anche l’incosciente irrecuperabile, quel medico non ama il malato, ama la Scienza. Ma allora chi ama il malato? Chi vorrei che venisse in mio aiuto, se mi trovassi in quelle condizioni, privo di ogni speranza? Uno che amasse me”.

Uno che amasse me.

UN LIBRO SU TUTTI E UN EPITAFFIO

Un po’ per curiosità e un po’ per lavoro ho letto diversi libri sul tema. Mi sento però di consigliarne uno solo, definitivo nella sua precisione reportistica, sconvolgente nella profondità riflessiva e soprattutto aperto a qualsiasi tipo di prospettiva legale, filosofica e umana. È di Andrea Tarabbia e si chiama “La buona morte. Viaggio nell’eutanasia in Italia”. Un’opera indispensabile.

“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” – l’epitaffio che Kant volle sulla sua tomba – era una delle citazioni preferite del mio migliore amico, che se n’è andato dopo una lunga malattia. Ogni volta che la leggo la recito come avrebbe fatto lui e mi viene da sorridere.

Federica Marangon

 

 

 

 

 

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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