VITA DI UN ALBERO RACCONTATA DA SE MEDESIMO

Il Festival delle Foreste di Longarone 

Domenica 15 Settembre a Longarone si è concluso il “Festival delle Foreste”, una fiera dedicata al futuro dei boschi italiani. Oltre agli attrezzi da boscaiolo e macchine per trasportare tronchi, c’era un’esposizione di sculture lignee di grande fascino e una mostra fotografica sugli alberi spazzati via dalla tempesta Vaia (ne sono caduti 14 milioni, un numero inimmaginabile). Erano presenti diversi volontari che in questo anno hanno ripulito i sentieri e curato le foreste delle Dolomiti, oltre a ripopolarle con dei nuovi esemplari (I 400mila baby alberi che faranno rinascere le foreste delle Dolomiti).

                    Poesia di Tiziano Fratus

Una settimana prima, al Festival della Letteratura di Mantova, avevo ascoltato Tiziano Fratus che si autodefinisce un “cercatore di alberi“. E’ uno scrittore schivo e intenso che conosce il mondo vegetale con piglio scientifico ma ne parla da innamorato. Lo conosco da anni e lo leggo sempre con una certa inquietudine perché sembra far parte di un mondo diverso dal mio. Probabilmente gli anni trascorsi nelle foreste hanno plasmato il suo sentire e il suo linguaggio rendendolo naturalmente intricato e oscuro, proprio come una foresta.

Tutto sommato l’Italia è ancora un bel polmone verde, un po’ malandato ma pieno di speranze. La nostra è una terra ricca di alberi monumentali, antichi ed enormi. Uno di essi si trova a Caprino Veronese: si tratta del “Platano dei cento bersaglieri” ed è il più grande d’Italia. Sono andata a vederlo e mi ha raccontato la sua storia.

Vita di un albero raccontata da se medesimo 

Tu chiami “vegetale” la creatura che dorme un sonno senza sogni e vive un’anonima quiete sotto le stelle. Un essere immoto, privo di fiato e di senso, da usare come sfondo in una sorridente fotografia.

Eppure in questo mio enorme tronco, in queste fondamenta segrete fin su nella chioma infinita, si infiamma da settecento anni un mondo di magia.

Sono nato nel 1370 da un achenio piumoso, un semino con ali potentissime fuggito dal becco di una cinciallegra ingorda. Ho ruzzolato per l’azzurro, sospinto dai venti tiepidi della primavera e sono finito in questo paesino ai piedi del Baldo, a due passi dal Garda. Pensa quanta forza occorre per diventare il Platano più grande d’Italia. Io sono un’esplosione lentissima di vita sapiente. Nel mio codice genetico sono scritte le leggi che sfidano la gravità, perché riesco a raccogliere la linfa da un brulichio sommerso di terra e microrganismi e spingerla fino alle nuvole, trasformando la vertigine in inspiegabile bellezza.

La mia infanzia è stata un’avventura tra la fine del Medioevo e l’alba del Rinascimento. Allora la pieve era piena di verde e bisognava lottare con gli altri alberi per trovare un po’ di luce. I miei fotorecettori dovevano essere i più vispi di tutti: i raggi di sole trasformano il carbonio in acqua e zucchero e mi tengono vivo. Se fossi cresciuto rapidamente, la mia chioma sarebbe stata più alta e io avrei trovato più cibo nella dispensa luminosa.

Agli inizi del Cinquecento, qualche mercante sostava nella mia ombra contando i denari della sua saccoccia e raccontava di un Paese lontanissimo, l’America, dove cresceva un platano come me, il “Sicomoro”. Io sono della specie “orientalis” e lui era “occidentalis”. Secondo i vecchi platani di Caprino, i nuovi arrivati dalla Merica ci avrebbero rubato il posto. Saremmo spariti a suon di accettate, come le teste dei rei sotto la ghigliottina. Io non ascoltavo le onde sonore stonate e conservavo la quiete tappandomi i pulvini come i gatti quando abbassano le orecchie alla vista del nemico o come la Mimosa Pudica del professor Darwin, che si ritrae appena la sfiori. E infatti, nonostante gli oscuri presagi dei vecchi platani, sono ancora qua a mostrare la mia esistenza imponente ai biologi, ai turisti, ai bambini che mi abbracciano in un girotondo di solletico.

La vostra storia è veloce, corre nei secoli, si ammazza di poteri e lotte per la supremazia. Io sopravvivo con la luce e i silenzi. I tramonti mi pettinano la chioma, la neve accarezza la corteccia ruvida e i nodi tessuti dai secoli, dure matasse di fotosintesi in cui rimane imprigionato il vento e qualche moscerino.

Io sono un albero caro agli dei. Il mio nome significa “dalle larghe foglie” e fui sacro alla Madre Terra perché la mia foglia sembra una grande mano che protegge e benedice. In Grecia mi piantavano vicino ai templi e sotto le mie fronde si unirono in matrimonio Giove e Giunone. E così, quando nel 1630 arrivò la peste nera, tanti fedeli accorrevano ai piedi dei miei rami e pregavano per allontanare il male. Le campane non erano mai a festa e i monatti, con i nasoni ripieni di aromi profumati per sopportar l’olezzo della carne putrefatta, piangevano sotto la maschera lugubre. Tutto il giorno era un andirivieni di carri con tante lenzuola bianche da farli sembrare velieri in corsa tra i sassi. Mentre la morte contagiava la vita riducendola in bubboni di pece, il mio tronco si ergeva cercando di respirare l’aria pura del Paradiso.

Sotto i tuoi piedi, proprio lì, un po’ più in giù del colletto, c’è un universo laborioso. Le mie radici man man che scendono si fanno sempre più sottili, fino a diventare apici grandi come capocchie di spillo. Gli apici esplorano il terreno scovando i parassiti insidiosi e le cose buone da mangiare. Poi passano le informazioni ai funghi e alle altre radici, in un’alleanza costante che porta bene a tutti: noi piante campiamo in armonia. Ci diverte e ci spaventa vedere voi, affannati sulle vostre gambe, sempre impegnati a scannarvi, convinti di vivere più a lungo se rubate la roba ai fratelli. Guardate me, guardate noi: l’evoluzione è una danza cooperativa e si balla solo se si rimane vicini, dividendo fortune e sventure.

Qualcuno lo capì, circa un secolo dopo la peste. Filosofi e poeti iniziarono a predicare l’uguaglianza e la giustizia. Il popolo li ascoltava e pian piano alzava la testa dalle zolle di terra di cui era schiavo, come me quando cerco la luce e mi brillano le galle percosse dai raggi mentre il sole dirige il suo concerto muto. E infatti questi uomini pieni di coraggio si facevano chiamare “illuministi”. I più giovani facevano innamorare le fanciulle raccontando la favola di un mondo migliore, mentre passeggiavano attorno alle mie fronde. Mi incidevano la corteccia con un cuore e io scricchiolavo in silenzio per non disturbare i ferormoni che si immischiavano in un timido bacio. L’amore è un’armonia di particelle elementari in cui il tutto non è una somma, ma qualcosa di nuovo. Anch’io sono amore: la mia altezza è un cumulo ordinato di pulviscoli spavaldi che un giorno hanno scelto, pericolosamente, di stare insieme.

Il tronco è il mio vanto. Ogni tanto qualcuno si siede sopra e sorride. Dovete abbracciare gli alberi come i koala che si rinfrescano dal torrido deserto stando appesi all’eucalipto. I microscopici terpeni che attraversano la mia altezza curano le vostre cellule ingrigite dalla città. Ci abbracciavano i maestri del Tao nella Cina antica e i Pellerossa lasciavano i neonati ai piedi delle sequoie per imboccarli di vita. I dottoroni statunitensi scrivono “please hug the trees” all’ingresso dei grandi parchi di conifere e ho sentito di un architetto italiano che ha progettato un ospedale per bambini a forma di casa sull’albero, “perché è così che lo sognano”.

Il mio tronco è rugoso e opaco per una punizione di Jaweh. Quando il serpente dell’Eden tentò Eva, temendo una vendetta divina, chiese ad un platano di nasconderlo nelle sue cavità allora lisce e lucenti. Ma quando Dio se ne accorse, scagliò contro l’albero la sua ira, trasformando la corteccia in un ammasso ruvido e opaco come la pelle del serpente.

Eppure io credo che Jaweh mi abbia perdonato perché dentro di me avvengono miracoli. La pressione radicale permette alla linfa di attraversarmi da sotto in su per 25 metri, sfidando le leggi gravitazionali e assorbendo acqua e zucchero come un biscotto inzuppato nel latte. Io sarò vivo anche quando sarò morto. Li avete mai sentiti i violini Stradivari, l’avete mai ascoltata la loro legnosa e delicata armonia? Il bosco è un musicista: gli abeti rossi del Paneveggio quando marciscono diventano cassa di risonanza per corde mosse da abili artisti. Noi e la musica viviamo delle stesse semplici leggi, anche se noi sembriamo materia inerte. Voi suonate per imitare l’incanto del nostro silenzio fatto di mille rumori, come lo stormire delle foglie, il ticchettio degli insetti che camminano sulla corteccia, il cigolio dei rami piegati dal vento. Non è vero che un albero caduto fa più rumore di una foresta che cresce: voi infilate in me il succhiello per contarmi gli anni, create bisturi per medicare le ferite dei fulmini e le macchie buie lasciate dalle vostre auto, ma non sentite la mia voce. Se sono riuscito a vivere più di qualsiasi essere umano è perché ho stabilito una pace con le creature qui attorno: io e i viventi ci parliamo, prendiamo decisioni, sigliamo patti.

Quando arrivò Napoleone, Caprino Veronese si trasformò in un crocevia di mercati tra il lago e la montagna. Allora il mondo stava cambiando. L’Ottocento iniziava a sputare i fumi grigi del progresso e le macchine calcavano le scene. Eppure proprio allora fiorì la scienza della botanica. Il dottor Linneo trascorreva le giornate catalogando arbusti ai quali dava nomi lunghi e antichi. Qualche scienziato visionario comprese che gli alberi comunicano tra loro perché corpo e spirito sono un sistema unito in perenne trasformazione. La materia è animata da una reazione chimica misteriosa chiamata “emozione”, una corda invisibile capace di legarci al mondo proteggendoci dai pericoli e affogandoci nella meraviglia. La paura e la gioia sono chiavi che aprono le porte dell’universo e ci fanno sentire parte di un tutto confuso e luminoso. Amare un albero è come amare voi stessi.

Nell’Ottocento la mia chioma era più verde che mai. Dentro ci vivevano amici di tutti i colori: i neri merli e i pettirossi, i vermetti gialli e le pallide civette. Ogni tanto qualche damina si fermava ad ascoltare il cuculo e gli chiedeva “tra quanti anni mi sposo?”: lui emetteva dei cucu consecutivi ed era il pronostico dell’amore. Mi infastidiva un poco il picchio che martellava la corteccia per udire il vuoto di gallerie zeppe di larve saporite, ma si sa, la convivenza si nutre di compromessi.

La mia chioma è una delle più famose d’Italia. Mi chiamano “Platano dei cento bersaglieri” perché tra le mie fronde, nel 1937, si nascose un’intera compagnia di soldati mentre facevano le prove generali della guerra. I miei rami accoglienti e le mie foglie morbide spaventarono così tanto i tedeschi che durante la Seconda Guerra Mondiale mi raparono a zero per far impedirmi di ospitare partigiani in fuga.

Quelle ferite rimangono ancora. Durante la guerra divenni cupo e grigio, la mia pelle di serpente si mostrava nuda anche se non era inverno. Dai tagli mi uscivano lacrime di resina calda e profumata, pronta a guarirmi le piaghe infette da insetti avidi e consolarmi dalla malinconia. Ricostruirmi fu come nascere di nuovo, tornare ad essere un achenio con le piume, tra le capriole azzurre di una primavera in ritardo. Ogni tanto qualche vedova di guerra veniva a trovarmi e, con gli occhi annegati sotto la veletta nera, cercava il cuore inciso il giorno del fidanzamento. Poi piangeva, accarezzandolo con i guanti tremanti, in una disperazione di tenerezza. Allora scuotevo i rami più bassi facendo cantare i passeri e lasciandola piangere senza che nessuno la sentisse. Io non riesco a ricambiare gli abbracci e il vostro cuore che pulsa appoggiato alla mia corteccia mi fa sentire un gigante goffo.

Da allora tante cose sono cambiate. Ho vissuto 649 anni e mi accorgo che il tempo è un concetto strano. A volte vola veloce, altre si ferma e sospira. Guardo gli uomini e non so mai se siano loro a cambiare idea o se siano le idee a cambiarli. Ogni tanto qualcuno vuole abbattermi, ma io mi salvo sempre, senza dire una parola. E allora comprendo che non sempre avere un cervello aiuta a fare le cose migliori. L’uomo è la specie più giovane della Terra e la più intelligente, a suo dire, eppure a me non è chiaro cosa sia davvero l’intelligenza. Se è un mezzo per uscire dai problemi, allora l’uomo è un cucciolo acerbo del brodo primordiale da cui discendiamo, perché i guai se li crea. Non comprende che il progresso è una ragnatela di molecole solidali, una rete pacifica in cui si accontentano i bisogni di tutti, pochi e uguali. Sono più intelligente io, che campo da settecento anni e sono un capolavoro del creato.

L’uomo dovrebbe farsi attraversare dalla bellezza, lasciarsi cullare dalle libere connessioni della natura e sputare via il seme velenoso del controllo. Camminando sotto l’ombra di un platano, Socrate sosteneva di imparare più da un albero che dagli uomini di città, perché l’albero non vuole insegnarvi nulla.

Allora vieni qua e guardami con gli occhi chiusi. Annusa l’aria e, in silenzio, impara.

 

Bibliografia arborea per inesperti 

C’è una selva infinita di pubblicazioni scientifiche e divulgative sugli alberi. Io che non ho alcuna conoscenza di biologia e per imboccare nozioni ho bisogno di storie, consiglio questi capolavori:

Mario Rigoni Stern, Arboreto Salvatico, Einaudi Editore, Milano 2015.

Dino Buzzati, Il segreto del bosco vecchio, Mondadori, Milano 2016.

Daniele Zovi, Alberi sapienti antiche foreste, Utet, Torino 2018.

Stefano Mancuso e Alessandra Viola, Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, Giunti Editore, Firenze 2015.

Stefano Mancuso e Fritjof Capra, Discorso sulle erbe. Dalla botanica di Leonardo alle reti vegetali, Aboca Edizioni 2019.

Tiziano Fratus, Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina nel bosco, Mondadori, Milano 2015.

Tiziano Fratus, L’Italia è un bosco. Storie di grandi alberi con radici e qualche fronda, Laterza, Bari 2016.

*La frase di Socrate parafrasata nella chiosa è liberamente tratta dal “Fedro” di Platone, dialogo che avviene davvero sotto un platano. 

 

 

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

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