I PANNI SPORCHI (NON) SI LAVANO IN FAMIGLIA: storia di lenzuola ribelli.

“Gnanca na busìa”: la vita in un lenzuolo. 

Da una ricerca della Clinica del Sonno di New York, i motivi per cui non riusciamo a dormire senza lenzuola sono due: il primo è fisiologico (mantenere regolare la temperatura corporea anche durante il sonno), il secondo è psicologico e culturale. Le lenzuola ci riportano alla pace del grembo materno e ci ricordano la dolce immagine dei genitori che ci rimboccano le coperte.

Le avventure della biancheria da letto ricalcano la storia dell’umanità. Gli antichi romani ricchi dormivano su letti di piuma d’oca e i poveri su giacigli di paglia. Non si utilizzavano le lenzuola: rientrati nella domus, si toglieva il mantello e ci si buttava addosso una trapunta di pelliccia. L’usanza delle lenzuola (dal latino “fatte di lino”) si diffuse nel Medioevo. Nel XIV secolo, un ricco borghese scrisse il “Ménagier de Paris”, un trattato sui comportamenti da tenere in casa dedicato alla giovane sposa. Oltre ad insegnarle come cucinare “pesci di mare mosso” e “pesci di mare calmo”, descriveva come accogliere il marito al rientro dal lavoro: “farlo coricare nelle bianche lenzuola, con una bianca cuffietta, ben coperto sotto calde pellicce, e colmarlo di altre gioie, battiti, libertà, amori e segreti che passo sotto silenzio”.

Le donne e le lenzuola hanno una storia tutta loro. Ancora oggi è diffusa l’usanza di donare alla sposa il corredo per la nuova casa e la nuova vita, lontano dal mondo dell’infanzia. La tradizione dell’esposizione del lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte di nozze proviene dall’area mediterranea e alcune anziane la ricordano ancora. La virtù di una donna era arrivare vergine al matrimonio. Il marito era tenuto a mostrarla questa virtù, stendendo l’impudica prova sul balcone.

Esiste anche una storia struggente e dolcissima che ha come protagonista Clelia Marchi, una contadina di Poggio Rusco (Mantova). Vedova e sola, decide di raccontare la sua vita scrivendola sul lenzuolo nuziale ormai riposto nell’armadio. Sulla stoffa, riga per riga, rivive la fatica del lavoro sui campi, l’incanto dell’incontro con il grande amore e la semplicità di una vita nascosta nella pianura padana. Un giorno Clelia decide di portare il lenzuolo al Museo dei Diari di Pieve di Santo Stefano, in provincia di Arezzo (www.piccolomuseodeldiario.it) e lo presenta così: “Care persone, fatene tesoro di questo lenzuolo che c’è un po’ della vita mia; è mio marito. E qua non c’è gnanca na busìa”.

Storie di lenzuola ribelli 

Nonostante fosse lontana l’era dei social, vi era nel passato una dimensione intima che veniva resa pubblica. O meglio, si decideva in che modo e in che quantità dare il proprio privato in pasto alla massa. Lo si faceva un po’ per convenienza e un po’ per scelta, perché la condivisione a volte moltiplica la felicità del singolo, amplifica l’emozione del ricordo.

In questi giorni è nata una strana rivolta in Italia: nelle città in cui Salvini si presenta per tener comizi, qualche famiglia espone un lenzuolo per esprimere il proprio dissenso, talvolta con grande ironia. A Bergamo il lenzuolo incriminato è stato rimosso dai vigili del fuoco, con un dispiego di mezzi che ha fatto indignare un’intera nazione. Nell’epoca in cui le opinioni possono essere liberamente espresse su un network che ha copertura universale, si torna ad un’estetica antica.

La rimozione dello striscione con la scritta “non sei il benvenuto” colpisce perché non si tratta della censura di un tweet o di un post, ma appare come un’aggressione fisica alla libertà d’espressione. La comunicazione politica attuale passa soprattutto per canali “fisici”. Il corpo del leader è l’oggetto su cui il potere si manifesta e diventa parte integrante della sua campagna elettorale. Siamo partiti da Berlusconi che divulgava diete miracolose, si stendeva la pelle della faccia, si piantava i capelli. I suoi bollettini medici sono dati con una precisione quasi invadente. Poi Grillo, che ansimava e sputacchiava mentre si faceva prendere dal pathos del cambiamento. E ora la bulimia fotografica di Salvini: Salvini mezzo nudo con la fidanzata, Salvini che mangia di tutto, Salvini che cerca di smettere di fumare, Salvini con la felpaccia pop. Un corpo che è, di fatto, programma politico.

La figlia di Aldo Moro, Agnese, raccontava che il padre andava al mare con la giacca elegante. “Essendo rappresentante del popolo italiano” – spiegava – “devo essere sempre dignitoso e presentabile”. Aldo Moro comunicava con un’Italia diversa o era un politico diverso? Quando siamo diventati così social e allo stesso tempo così preoccupati dell’altrui opinione?

I panni sporchi non si lavano più in casa propria, ma forse la tendenza alla pubblicizzazione dei propri moti interiori non è poi così moderna: siamo solo progrediti nei mezzi. Il paradosso sta nel fatto che la persona che più espone la propria vita (compresa quella fisiologica) è la stessa che decide cosa si debba mostrare e cosa no.

Poco tempo fa ho letto una storiella Zen in cui la sposa nota che la vicina mette ad asciugare lenzuola sporche. Lo ripete continuamente al marito, fino al giorno in cui le lenzuola appaiono bianche e splendenti. “Guarda, finalmente ha imparato a fare il bucato!”; “No” – risponde lui – “ho solo pulito la nostra finestra”. Spesso il mondo è come noi lo guardiamo. E prima di dire che il lenzuolo è da rimuovere perché indecoroso, chiediamoci se abbiamo fatto il bucato ai nostri occhi.

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

2 thoughts on “I PANNI SPORCHI (NON) SI LAVANO IN FAMIGLIA: storia di lenzuola ribelli.

Rispondi a Maurizio Fogliato Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *