“DI’ SOLTANTO UNA PAROLA E IO SARO’ SALVATO”: l’incanto del narrare.

Un comune destino lega una principessa persiana, una ragazzina ebrea e un filosofo francese: salvare la propria vita con le parole.

Il sovrano Shahryar vendica il tradimento della moglie sposando le sue schiave e mozzando loro la testa durante la prima notte d’amore. L’astuta Sherazad decide di offrirgli la sua mano per metter fine alla mattanza. Narratrice carica di fascino, trasformerà la sadica luna di miele in un racconto senza fine. Ogni sera intrattiene il marito con storie di ladri, mercanti e marinai senza svelarne l’epilogo. Rimanda così la sua esecuzione, fin che il re si innamora perdutamente di lei. È la trama di “Le Mille e una notte”, il capolavoro arabo in cui la finzione letteraria appare come un istinto tutto umano. Raccontare favole è un modo per sopravvivere alla realtà, per indagarla, per comprenderla. Un modo di far finta per davvero.

Anna Frank, invece, non si salverà. Le pagine scritte a Kitty, l’amica immaginaria, rimarranno nella soffitta che per due anni le fa da universo. Il diario, regalo per i suoi tredici anni, le sopravvive. Lo troverà suo padre quando tornerà da Auschwitz, da solo. Le righe raccontano i primi tormenti d’amore, le ore annoiate nel nascondiglio, i cenni di speranza accatastati tra la paura, la fiducia in un cielo che tornerà sereno, prima o poi. È la storia di un’adolescente olandese intrecciata con la Storia, quella folle e violenta. Ogni volta che si legge il Diario di Anna Frank si vorrebbe poter agire sul suo destino, cambiandolo. Immaginarla smagrita e abbandonata in una fosse comune non pare un finale sensato, e invece è quello reale. Per lei scrivere fu un modo per sopravvivere alla prigionia e al terrore della cattura, dare un ordine al caos. Le sue parole sono arrivate fino a noi, intense da far male, intense da far bene. Per noi, nel suo Diario, Anna vive.

Rifiutò il Nobel per la letteratura, nel 1964. Lo accusarono di essere un intellettuale spocchioso e ingrato. Eppure Jean Paul Sartre era stato chiaro nella lettera che inviò all’Accademia di Svezia poco prima della proclamazione: non voleva che il potere da lui contestato trasformasse uno scrittore libero in un’istituzione. Vi era però un’altra ragione, più profonda e intricata. Sartre la racconta in “Les mots”, “Le parole”.  L’opera non è solo un’autobiografia: il filosofo ammazza la sua anima e la cura come un branzino. Taglia le pinne e solleva la lisca con l’affilato coltello dell’espressione. Senza remore, senza pietà, indaga se stesso per farci gustare il senso del nostro esistere. Non ha senso premiare un uomo per quello che ha prodotto: la sua opera è un costante divenire, per cui il libro migliore sarà l’ultimo, quello non ancora scritto. E poi perché complimentarsi con un uomo che ha scritto per sopravvivere? Nato e cresciuto tra i libri, Sartre aveva fatto del linguaggio il mezzo per conoscere il mondo. Scriveva per sé, per rimanere a galla nel fiume inquieto della vita, che si comprende davvero solo quando arriviamo alla fine. Che fossero romanzi d’appendice o tomi filosofici, Sartre trovava nei libri le ragioni di ogni lotta. Fu in un certo modo vittima della letteratura, e riuscì a difendersi solo partecipando attivamente alle battaglie civili, dalla Resistenza francese alla cura della malattia borghese. Convinto che la cultura non salvasse nessuno, sapeva che ogni azione nasceva da un’intenzione pulita, da un pensiero saldo e coerente, pur se non universalmente condiviso. Il lavoro intellettuale costituiva un atto d’amore.  “Un uomo, fatto di tutti gli uomini”: così appaiono le creature riflesse nello specchio della cultura.

Quanto peso hanno le cose che ci accadono e quanto la nostra capacità di reagire? Chissà da dove arriva la forza che ci smuove dentro. Chissà se siamo noi a tessere il destino o se recitiamo il ruolo di un disegno sconosciuto e già deciso. Poter essere una storia di cui conosciamo già la fine, poter reinventare la trama, cambiare le occasioni. Mettersi appollaiati nell’aria azzurra e, da lontano, guardarci passare. Come i treni, o le stelle cadenti.

 

 

 

Federica Marangon Mi chiamo Federica Marangon e ho 32 anni. La letteratura è la mia passione: l’ho cercata in ogni luogo in cui ho vissuto e lavorato. Leggere mi aiuta a capire il mondo e ad accettarne la follia. Quando anche i libri non mi bastano, vado in bicicletta fino al mare o a camminare in montagna. E quando il meteo non lo permette, scrivo. Su di me ci sono sempre tante nuvole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *