“SIAMO UOMINI O CAPORALI”: mal comune, mezzo stupro.

Il 6 settembre 2017, due carabinieri intervengono per sedare una rissa in una discoteca fiorentina.  Accompagnano a casa due studentesse americane poiché troppo ubriache. Consumano con loro un rapporto sessuale. Il giorno seguente, le ragazze denunciano i militari per stupro e si avviano le indagini. I carabinieri dicono che non si è trattato di stupro, ma di un rapporto consensuale. Un momento di debolezza che non fa reato. Quella sera, la moglie di uno dei due è a casa e dorme col figlio, convinto che papà sia fuori a proteggere la gente dalle forze del male, tipo Spiderman.

Il carabiniere più giovane si difende dicendo: “ho fatto tutto quello che mi diceva il capo  pattuglia”. Come se una sveltina nell’androne di un condominio in orario di servizio fosse un ordine al quale bisogna ubbidire.

Ne “La banalità del Male” Hannah Arendt ha narrato il processo ad Adolf Eichmann, ufficiale nazista accusato di crimini contro l’umanità, giustiziato a Gerusalemme nel 1961. Ciò che colpì la filosofa fu che Eichmann, pur avendo compiuto azioni indicibili, non era un uomo malvagio. Era vittima di un regime fondato sulla violenza e sull’odio, che annullava la più elementare espressione di coscienza. Con precisione e diligenza, Eichmann organizzava i convogli ferroviari che trasportavano i deportati verso Auschwitz. Era un burocrate grigio e senza lode che obbediva a comandi superiori, agendo nella piena legalità dell’apparato statale del Reich. Il male compiuto risultava “banale” in quanto privo di consapevolezza e profondità, e proprio per questo più facile e comune. La dote più spaventosa di Eichmann stava nella sua normalità: chiunque poteva identificarsi con un uomo mediamente intelligente, dedito alle scartoffie e in attesa di una promozione. Il male da lui rappresentato era un fungo cresciuto con una leggera pioggerellina e destinato a devastare il mondo.

Noi non viviamo in un regime nazista, ma la giustificazione del giovane appuntato non è così rara. Eseguire un ordine superiore è l’unica morale di un uomo senza morale. La situazione si fa ancora più grave quando l’ingiustizia diventa sistema di maggioranza. Il nazismo divenne regime perché la massa rimase a guardare e obbedire ad una follia omicida. E anche se questo non fa di ogni uomo un criminale, lo rende comunque colpevole: la non scelta del male, non è una scelta del bene.

Nel nocciolo puro e nascosto del nostro cuore, esistono principi etici eterni e buoni, in grado di guidare i nostri comportamenti al di là di qualsivoglia legge o regime. C’è chi li ascolta pagando con la vita: si tratta degli eroi, che nel mondo classico sono figli di un uomo e di un dio. Dalla parte divina prendono il coraggio, da quella umana la paura. Tutti gli eroi hanno paura, ma nel loro destino illuminato essa occupa un posto debole.

Il partigiano Walter Ulanowsky venne fucilato il 19 maggio 1944. Nell’ultima lettera inviata ai suoi cari scrive:

“Sono stato scelto, prescelto per morire. Sacrifico la mia vita per l’ideale più puro e più nobile: la libertà umana (…). I vili che fuggirono sono ora in salvo certamente. La mano della giustizia li raggiungerà (…). Papà, mamma, quanto mi spiace il lasciarvi (…). Il cuore mi batte come se dovesse scoppiare…Mi vedo là contro il muro…Poi cadere…Mi sermbra di impazzire. A volte il cervello si calma. Perché sono qui? Perché domani mattina mi fucileranno? Per la libertà!”.

Siamo tutti fatti della stessa pasta, cioè fango modellato da qualche dio. Rimanere fango, o aspirare alla gloria vera, è solo una scelta, la più difficile. Non tutti siamo eroi, ma è sufficiente essere uomini per disobbedire a comandi stupidi. E i veri uomini, quando agiscono, pensano al figlio che li crede Spiderman e non sbagliano. Mai.

Bella da impazzire: Sylvia Plath fra tormenti e creme miracolose

La poetessa Sylvia Plath nel 1954

10 milioni di euro spesi per creme e capelli nel 2015 (indagine Istat riportata da Il Sole 24 ore). Dal dentista ne spendiamo 9 e in farmacia 13. Terzi al mondo per numeri di interventi di chirurgia estetica, nonostante la fame e la crisi nazionale. Si accendono mutui per restaurare pancetta, zinne cadenti e zampe di gallina. Si impazzisce per le operazioni low cost nei Paesi dell’Est, nonostante il rischio di ritrovarsi un deretano al posto della faccia a causa dell’utilizzo di prodotti scadenti e pratiche da macelleria.
È un’ossessione antica, la bellezza. Più di duemila anni fa, Ovidio dava consigli alle donne su come vestirsi, truccarsi, mangiare e parlare per essere attraenti. Dal III Libro, L’Ars Amatoria diventa un Vanity Fair in versi latini, ed è strepitoso. Lavatevi – insegna il poeta – aumentate il candore della pelle con un velo d’argilla e segnate gli occhi con la cenere, ma non mostrate mai i vasetti degli unguenti al vostro innamorato: l’arte dell’amore giova se è ben nascosta. Nessuna femmina è veramente bella se non si spalma sul corpo le midolla di cervo, se non si colora i capelli con le erbe di Germania e – se ha i denti brutti – meglio che pianga. Chi non abbonda di fascino, giunga alla festa quando gli uomini sono già ebbri, così sembrerà più carina e si farà dire “moves incendia”, tu mi metti il fuoco addosso.
La bellezza è l’esperienza dell’assoluto. È quell’orizzonte in cui sentiamo di non aver bisogno di altro, di non voler essere in nessun altro luogo. Ignoriamo di cercare la bellezza fino a quando non ci inciampiamo sopra e non vogliamo più andar via. La vanità, invece, nella sua accezione etimologica indica il vuoto, ciò che è effimero e di per sé inutile, l’esperienza del nulla. La differenza tra le due non è facilmente individuabile, soprattutto quando si parla di una donna.

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Siamo migliori delle nostre bacheche: “I Malavoglia” e i leoni da tastiera nella “Facebook arena”

“TOC TOC QUAND’E’ L’ESIGLIO TUTTIACASA”: è il buongiorno di un membro di un gruppo Facebook di paese, quelli tipo “Sei di Roma Se”, per capirci, le piazze cibernetiche. Sono gruppi nati per scambiare foto d’epoca, promuovere iniziative, cercare cani raminghi. In poco tempo sono diventati arene sregolate in cui si grida il disprezzo verso i vicini e le amministrazioni. Spesso ci si alza al mattino e si comincia ad odiare. I bersagli prediletti sono rifiuti abbandonati, i velox e gli immigrati. Coi cani siamo clementi, invece. Battiamo furenti gli indici sulla tastiera scordando le doppie, le virgole, SCrivVEndo FraSI CoSì, simili a cattedrali in rovina, mezze su e mezze giù. Siamo i leoni da tastiera, poco importa cosa e come scriviamo, ma chi legge. E, potenzialmente, legge l’universo intero: il fornaio e Donald Trump, la commessa e Lady Gaga. Questa vertigine planetaria ci disorienta. L’assoluta libertà del dire ci dona il diritto di dire la prima cosa che ci passa per la testa. Ma in nessun essere vivente quello che passa per la testa è sempre cosa buona e giusta, anzi.
Talvolta scopri che il vicino è un razzista guerrafondaio. Ma quando vai a chiedergli un pacco di zucchero non lo trovi col kalashnikov e la cavalcata delle valchirie di sottofondo: è lì in pianelle che gioca a Risiko con i figli. L’odio che ci permette Facebook è un odio gratuito (nel senso che non lo si paga), rapido (basta un clic di invio per i commenti) e impunito (gli admin bloccano qualcuno solo se puzza di terrorista). Il limite tra la sacra libertà di parola e la doverosa censura verso espressioni che invitano alla violenza e denigrano la dignità è tuttora argomento di dibattito. L’hate speech, il discorso d’odio, è la deriva sfortunata della libertà di espressione che difende “la tolleranza degli intolleranti”. Uno degli assunti che rende la libertà di parola intoccabile è che fin che si parla, forse, non si agisce e ci si sfoga. Inoltre, fin che c’è dibattito, c’è speranza. Il controdiscorso – procedimento che si vede di frequente nei gruppi di paese – potrebbe generare virtuosismi, e seppur il confronto si realizzi con toni a tratti indecorosi, comunque rappresenta un utile scambio di idee. La vera intelligenza non teme la libertà, ma la governa con discrezione.

A parte l’odio, facebook è un mezzo che usiamo per farci i fatti altrui e per lanciare frecciatine ai nostri conoscenti (perché, alla fine, poco importa che ci legga Donald Trump). Tali esigenze non sono giunte col progresso informatico: sono sempre esistite. Mi viene in mente la finestra della Zuppida, la donna più pettegola di Aci Trezza, ne “I Malavoglia” di Verga. La comare è una delle voci che compongono questo romanzo collettivo, in cui il narratore è un paese che non salva nessuno, perché le disgrazie che ti capitano te le cerchi, perché ciò che si bisbiglia ti può rovinare, e il buon nome in piazza è l’unica cosa che conta davvero.

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Il sognatore è una tartaruga: la banalità dell’amore da Dostoevskij a Maria De Filippi

giostra in movimento

C’è qualcosa in Dostoevskij che sfugge anche a Dostoevskij. Sarà che l’incedere inquieto tra i travagli dell’anima era per lui come una passeggiata su una strada di pianura. Sarà che l’immergersi nei misteri dell’essere umano era come sorseggiare una limonata in agosto. Quest’uomo aveva dentro gli occhi tutti i mondi possibili, senza possederne nemmeno uno. “Un essere di genere neutro”, come il Sognatore protagonista del suo romanzo “Le notti bianche”; uno che ha bisogno di viaggiare tenendo sempre il rifugio appresso, tipo la tartaruga, “che è animale e casa insieme”.

“Le notti bianche” è un racconto ambientato in poco tempo (quattro serate e un mattino) e poco spazio (una panchina di San Pietroburgo). Il Sognatore, in uno dei suoi vagabondaggi, incontra la giovane Nasten’ka in lacrime. Lei ha diciassette anni e racconta che piange per un giovane affittuario della nonna, sparito dopo averle giurato di tornare appena avesse racimolato qualche rublo. Ormai Naste’ka si è quasi rassegnata a vivere con la vecchia cieca che la tiene legata a sé con una spilla da balia. Nasten’ka sogna. Sogna il grande amore, sogna la libertà, le serate all’opera, gli abiti da mostrare, sogna di camminare mano nella mano con suo marito immersa nelle notti bianche di Pietroburgo, quando in primavera il sole tramonta dopo le 22, allungando la vita e rendendola più piacevole. Anche Il sognatore, ovviamente, sogna: il grande amore, la libertà, le serate all’opera e camminare con la moglie nell’incanto del sole che non vuol morire. Ma Nasten’ka è innamorata dell’affittuario, che ha un volto, un nome e una certa caducità. Il sognatore, mai sveglio e mai addormentato, in Nasten’ka vede un appiglio verso il reale, un saldo ponte tra ciò che avviene nella sua testa (e, quindi, non avviene) e ciò che potrebbe capitare davvero. La ama appena la vede di spalle, quando il pianto disperato le fa saltellare le scapole. Verso la quarta sera, quando ormai la speranza di rivedere il giovane è del tutto sbiadita, Nasten’ka decide che le conviene amare l’unico pretendente rimasto e glielo comunica. Il discorso è appassionato, tuttavia è chiaro che l’ipotesi di continuare a far la badante zittella è peggio che fingere di amare un uomo che, dopo tutto, la potrebbe rendere sufficientemente felice. Ma arriva il coup de théatre: nel bel mezzo di questo scambio lievemente imbarazzante, giunge il giovane squattrinato (ora un po’ meno) onorando la promessa che fece a Nasten’ka l’anno prima. La ragazza non ha alcun dubbio: se ne va verso la sua nuova vita lasciando il Sognatore sulla panchina illuminata, mentre questi riflette sulla certezza che invecchierà nella stessa camera, con la stessa donna di servizio, le stesse illusioni, pungenti e inappassibili come aghi di pino. Ma non ce l’ha con Nasten’ka, no, lui è felice della sua felicità. Ha assaggiato un pezzetto di gloria e gli è bastato. “Un attimo di beatitudine” – conclude –  “è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?”.

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