A DIRE IL VERO, SI MENTE. Il caso della bufala sull’accoglienza obbligatoria dei Rom e il falso testimone delle atrocità del lager.

Nell’agosto del 2016 girò voce che ogni nucleo familiare italiano avrebbe dovuto ospitare un ROM. Si trattava di una bufala lanciata dal sito last-webs: “SEL e PD hanno proposto una nuova legge per l’aiuto dell’integrazione delle minoranze etniche in Italia. Avere l’onore di poter ospitare magnifici esponenti del popolo rom in casa (…). Molti rom, infatti, sono tesserati col SEL o col PD in quanto sono molto tutelati dal dr. Renzi. La nuova legge prevede una clausola molto particolare. Chi si rifiuterà di ospitare un esponente rom o sinti in casa propria per un anno sarà condannato da 10 a 25 anni di carcere”.

La notizia venne visualizzata da 58.000 persone e condivisa da 30.118 persone. Sono tantissime, considerando che con 30.000 copie vendute online, un singolo diventa disco di platino. Chi scrive queste notizie lo fa per gli stessi motivi per cui si uccide il prossimo: vendetta, soldi, gelosia. L’ha spiegato bene Gianluca Lipani, il ventenne di Caltanissetta diventato il re del finto giornalismo, denunciato dalla Polizia postale siciliana per istigazione alla discriminazione razziale. Nell’intervista dell’Espresso del 16 ottobre 2015, raccontò a Maurizio Di Fazio che faceva soldi a palate grazie allo spammo selvaggio di balle su immigrati, tipo il padre che taglia le palle allo straniero che ha abusato della figlia: le pubblicità pagavano due euro ogni mille visualizzazioni, e quel pezzo ne ha avute 6 milioni. Paladino di cittadini “lasciati nella miseria” da parte di uno “Stato ignobile che pensa a sfamare i propri governanti”, Lipani trattava le notizie come i duelli del far west: vince chi la spara più grossa, tanto “le baggianate proliferano anche nel giornalismo vero”. I buoni e i cattivi sono classificazioni demodé.

Eppure non è detto che chi legge e condivide bufale ci creda sul serio. Lo chiesi ad una mia amica che riportò il fatto dei ROM sulla propria bacheca, corredata dalla reaction dell’indignata. L’aveva presa da “ilmessaggio.net”, sito di bufale il cui nome scimmiotta “Il Messaggero”, tipo i calzini low cost della “NKE”. Conoscendola, ritenevo impossibile che ci cascasse davvero: è una persona sveglia; ha un buon lavoro, si è sposata e ha acceso un mutuo. Fa volontariato in parrocchia, adora il giardinaggio e i cani meticci. In realtà non stava preparando la stanza per l’accoglienza coatta di un sinti e non credeva sul serio alla notizia. Però l’aveva visto con i propri occhi lo zingaro che la settimana prima l’aveva scippata fuori dal centro commerciale, rubandole i soldi e la patente, costringendola a prendere valium per una settimana. Era questa la sua verità e chiedeva giustizia, così, un po’ a caso, un po’ a tutti.

Noi del nordest siamo ricchi, impauriti e presumibilmente colti (l’Istat ci inserisce tra i lettori più accaniti). La dura conquista del nostro benessere ci ha resi talmente disillusi da non aver più fiducia nelle istituzioni. Ma dato che nella vita a qualcosa bisogna pur credere, ci affidiamo alle fake news di Salvini, ai revanscismi fascisti e alle balle social. Gianluca Lipani dice che basta conoscere l’italiano per capire se una notizia è falsa: nella bufala il linguaggio è “comprensibile a tutti, pur se grammaticalmente non corretto”. Come se la buona scrittura fosse il cavallo di Troia della menzogna. Infatti noi compriamo il Suv e le Vuitton, ma amiamo i politici che “parlano alla gente”, magari in dialetto. Aduliamo i piccoli esercenti che combattono contro le vessazioni del fisco ma sappiamo che le tasse non le hanno mai pagate. Perché la verità da qualche parte esiste, ma la bugia bisogna saperla creare e raccontare. Mostrare. L’affabulazione è una seduzione antica. Ulisse si salva la pelle raccontando bugie. E le menzogne di Ulisse raccontano la verità su una civiltà intera. È vero che i Sinti spesso rubano, non pagano le utenze, è vero che molti Comuni se li ritrovano lì non riescono a gestire la loro presenza: ma perché, per dirlo, devo inventarmi una storia?

Nel 1978 uscì “Memorie dall’inferno”, il memoriale di un meccanico catalano sulle atrocità del lager di Flossenburg. Vi era stato deportato nel 1943 col numero 6448. Enric Marco tenne centinaia di conferenze, raccontando quell’esperienza disumana, prestando voce a migliaia di vittime che non ce l’avevano fatta. Nel 2005, mentre si preparava a tenere un discorso davanti a Zapatero in occasione della giornata della memoria, venne travolto dallo scandalo: uno studioso della Shoah, Benito Bermejo, aveva scoperto che il numero 6448 non esisteva, e che Enric Marco si era inventato tutto. Non furono i contenuti precisi e dettagliati ad insospettirlo, bensì il gusto con cui li narrava, anomalo in chi l’inferno lo tiene ancora nell’anima. Lui si difese dicendo che aveva “detto la verità”, solo che non era la sua. Lo scrittore Vargas Llosa lo prese in simpatia, definendolo un romanziere, colui che inventando storie racconta la realtà pura. Infatti quel 27 gennaio il suo commovente discorso venne letto da un vero deportato, senza cambiare una virgola*.

L’etimologia del termine “bufala” è incerta. Secondo una teoria deriva dal fatto che alcuni ristoratori romani disonesti ingannavo la clientela servendo carne di bufala spacciata per carne di vitello, molto più costosa e pregiata. Forse la verità è un po’ così: più sei affamato e povero di risorse, più facilmente mangi ciò che ti rifilano.

*Vicenda raccontata da Claudio Magris nell’articolo “Il bugiardo che dice la verità” pubblicato sul Corriere della Sera il 21 gennaio 2007 e inserito nella sua “Alfabeti”, Garzanti, 2008.

Federica Marangon

 

Arriva la BeFFana: cosa aspettarci dal nuovo anno.

A cura di Mr Burns

Dopo il natale arriva sempre una vecchia insolente a rovinare questo clima ipocrita ma comunque curioso; porta il carbone ai cinici e realisti, mentre i dolci vengono riservati ai più fortunati e leccaculo. Ma queste ricompense non sono il vero problema della vecchia, bensì l’inequivocabile sentenza che dal giorno dopo torneremo nella stessa giungla a scannarci a suon di post e tweet.

Soprattutto la befana targata 2018 ci consegnerà una serie di rogne ben assestate: il 4 marzo, un’Europa senza Elisabetta ed un’incertezza Born in the Usa.

Le elezioni offriranno il solito menu post tangentopoli. Si comincia con un cocktail di gamberetti berlusconiani, classico dei capodanni anni ’90 al quale facciamo fatica anche oggi a dire di no, primo piatto una semplice pasta al pomodoro cucinata dal premier chef Gentiloni (cuoco molto più abile nello scaldare gli avanzi del giorno prima), secondo una grigliata mista renziana con carne avariata dei vari “alleati”, contorno di erbe con salse Grasse, e per concludere il dolce a sorpresa; cannoli siciliani con ricotta alla Di Maio! Occhio che il pasticcere è alle prime armi, potreste pescare un cannolo vuoto o con ricotta romana malfatta.

Teresa ed Elisabetta non faranno fortunatamente parte di questo banchetto, avranno altri impegni; pare infatti che per recuperare i circa 50 miliardi di euro restituiti alla Ue abbiano organizzato una pesca di beneficenza dove tutti possano regalarsi qualche pezzo dell’argenteria faticosamente racimolata negli ultimi 20 anni (maledetti olandesi, il bigliettino con l’Agenzia Europea del Farmaco l’avevamo visto prima noi!). Resteranno in disparte a farsi quattro risate Farage ed i suoi amici grillini, grandi esperti di economia internazionale coscienti della grossa minchiata appena fatta; d’altronde servono finte competenze ed ignoranza a palate per convincere il proprio elettorato, ex leghisti e populisti che amano il natale ma non vedono l’ora di veder affogare il prossimo.

Gli Usa invece non sono mai stati così sottotono, e ad essere onesti dovremmo un po’ preoccuparcene. No, il problema non è Trump ed il coinvolgimento russo nelle sue elezioni, nemmeno i suoi modi schietti ed imbarazzanti durante gli incontri con la Merkel, nemmeno gli innumerevoli licenziamenti nel suo staff, nemmeno le varie spallucce a Putin, nemmeno la possibilità di dotare ogni studente di una pistola (girano troppi orsi), nemmeno il rifiuto dei trattati di Kyoto e delle politiche ambientali, nemmeno aver cancellato l’unica decente legge sulla sanità pubblica. Ok, forse è lui il problema.

Insomma, la vecchia anche stavolta sarà spietata e poco riconoscente, senza contare che dovremo fare i conti ancora con gente depressa che non sa come riempire le giornate vuote. Speriamo solo che oltre al carbone non ci riservi qualche altro scherzetto, sapere che la quotidianità è in mano anche ad antivaccinisti, neo mamme isteriche, pseudo femministe, maschi miseri, idioti da tastiera e mentecatti vari non ci lascia tranquilli.

 

La Befana era fascista

Federica Marangon

Un lettore scrisse a Libero che “senza nulla togliere alle atrocità poi compiute con Hitler, ma giusto per informazione”  l’80% per cento delle attuali norme a tutela dei più deboli furono opera del Duce. Borghezio lo ritiene un precursore delle ricerche su cancro e spazio. Anche Berlusconi sostiene abbia fatto cose buone e gli rimprovera solo la défaillance sulle leggi razziali.

Tra i meriti, si citano paludi bonificate, cessi giunti per la prima volta in Altoadige (dichiarazione di Michela Biancofiore), pensioni e autostrade,  eppure lei non c’è mai. Lei, la befana fascista. Nasce nel 1928 da un’idea di Augusto Turati, segretario del Pnf. Le mamme più povere si recavano alla Casa del Fascio e ritiravano pacchi dono per i loro bambini. Turati all’epoca aveva il compito di normalizzare il partito eliminando gli elementi più fanatici: finì silurato e confinato a Rodi. Per esser certi di rovinargli l’immagine e la vita, il gerarca Farinacci lo sputtanò raccontando alcuni pettegolezzi confessati da una maitresse torinese.

Del resto i fascisti erano uomini morigerati: uno scandalo sessuale andava punito. A Turati sopravvisse la vecchia col sacco di dolci e giocattoli. E un branco di criminali che qualcuno si ostina ancora a difendere.

 

 

 

AMA IL PROFUGO TUO. O FORSE NO. La maledizione di Pilato.

Ci sono navi e Navi

Quando i profughi sbarcano sul suolo italiano, viene dato loro un braccialetto con un numero, un foglio col codice identificativo e lo stato di salute (scabbia, febbre, ossa rotte, ustioni da gasolio). Vengono fatti salire su autobus di compagnie private e distribuiti nelle varie Regioni, secondo il sistema dell’accoglienza diffusa, che prevede un’equa spartizione tra Comuni. I profughi assegnati al Veneto arrivano nel parcheggio della Metro di Marghera, poco distante dal Centro Commerciale “La Nave de Vero”. Sul piazzale si dispongono in fila indiana. Gli operatori dei centri accoglienza li prelevano in base ai numeri indicati dalla Prefettura: 2 a Belluno, 10 a Verona, 6 a Rovigo, e così via. Qualcuno chiede di andare col proprio “fratello”, ma gli rispondono che “qua dite tutti di essere fratelli”. In effetti è così: dal punto di vista linguistico le parentele non sono universali; gradi e nomi sono frutto di culture famigliari profondamente diverse. Il fratello può essere la persona con cui hai attraversato il deserto per mesi, condiviso una cella di tortura in Libia e superato il Mediterraneo cattivo, che nel 2016 ne ha annegati 5000. La prassi può durare ore, col sole o la pioggia, e servizi igienici a cielo aperto. Alcuni parlano solo i loro dialetti locali e quindi non capiscono. Sono i più spaventati.

Le Leggi fantastiche

Al Centro di Accoglienza compilano il Modello C3, il verbale per la richiesta di asilo. Indicano le loro generalità, la composizione del nucleo familiare, i Paesi attraversati, la professione, la loro storia. Molti sono analfabeti, per cui il nome registrato è una trascrizione fonetica approssimativa. A volte non ricordano il nome di madre e padre. Col dito segnano la loro strada della speranza su una cartina. Quasi tutti dichiarano di esser nati il 1 gennaio: in Africa il calendario è diverso e il compleanno non si festeggia. I tempi di risposta della Commissione Territoriale dovrebbero essere brevissimi, in realtà può passare un anno. Nel frattempo i migranti ottengono un permesso di soggiorno utile per lavorare, anche in forma di volontariato. Se la Commissione dà parere favorevole si ottiene lo status di rifugiato, riconosciuto a chi scappa da guerre e persecuzioni. Nel caso in cui non si dimostri una persecuzione personale, ma rientrare in patria significa rischiar la vita, viene data la protezione sussidiaria (5 anni) o umanitaria (2 anni). In caso di diniego, si può far ricorso, pratica che ha intasato i tribunali di tutta Italia. Il decreto Minniti – Orlando (12 aprile 2017) ha ovviato all’impasse abolendo la possibilità di appello in caso di un secondo rifiuto (ordinanza di rigetto). Anche per chi gode di protezione internazionale, integrarsi e costruire un futuro è durissima. Non è semplice essere assunti senza disporre di formazione adeguata e si fa presto a finire in racket illeciti.

 

 

35 euro: il prezzo della discriminazione.

Il “pocket money” dei richiedenti asilo è di € 2,5 al giorno e sono i soldi che vengono dati direttamente a loro. I restanti 32,50 rappresentano il costo per farli mangiare, dormire, vestirli, garantire la loro salute. Sono soldi che provengono da Fondi Europei, cioè dalle tasse dei cittadini, per chi le paga. È discriminatorio nei confronti di alcuni italiani? Sì, lo è. L’ Europa ritiene che una persona necessiti di 1050 euro al mese per campare a malapena dignitosamente: quella cifra potrebbe essere uno stipendio full-time di un dipendente privato italiano. Ma la colpa non è di chi ha il sacrosanto diritto di scappare dalla fame, dalla dittatura, dallo stupro; di cercare un futuro degno della sua umanità. La colpa è delle croci che abbiamo messo in cabina elettorale: politici di sinistra, destra e quello che ci sta in mezzo, tutti privi di risposte. Con loro sì che dobbiamo indignarci.

La maledizione di Pilato

I migranti sono una cartina di tornasole per le campagne elettorali. I politici ci dividono in razzisti e buonisti a seconda dei loro comodi. I profughi sono Barabba o Gesù: lo fanno scegliere a noi. Un apparato che non riesce a gestire decorosamente una pratica INPS per l’invalidità non può pretendere di trattare gli incartamenti di migliaia di richiedenti asilo. Uno Stato che con l’ammontare dell’evasione fiscale potrebbe sostenere la spesa sanitaria per un anno intero, non è in grado di garantire un futuro a queste anime disperate, fuggite da un continente ridotto ad una pozza di sangue e fame. I piccoli Comuni che non riescono a far quadrare un bilancio, non sono capaci di risolvere la piaga dell’integrazione, affossati nei battibecchi social e in piccoli tornaconti personali. L’ingiustizia non ha la pelle nera, ma una giacca, un tight e un’ottima parlantina. Le opinioni sputacchiate alimentano una fabbrica del consenso senza logica, perché la ragione è di per sé muta e si nutre di dati e competenza. L’incapacità di chi governa miete vittime quotidiane, e noi non dovremmo mai dormirci su. Giovanni Falcone diceva “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così”.

VOLA SOLO CHI NON HA PAURA: l’anima delle Streghe

Hanno nasi adunchi, capelli di saggina e facce da letto sfatto. Afferrano un manico di scopa, si spalmano addosso sangue di pipistrello misto a fuliggine, e sfrecciano fino al Sabba. Nelle foreste tenebrose ballano una danza strana: schiena contro schiena ed un piede calciato in aria. “Emen, hetan”, siamo qui e siamo là, siamo dappertutto, gridano. Ridono tra le fiamme di candele nere e melodie di flauto. Firmano con il sangue patti eterni col demonio: lui le morde o le graffia, lasciando loro sul collo una zampetta blu, segno della fedeltà al Male. Bruciano, ardono in roghi invocando il loro credo, mentre la folla ghigna di paura. Il buon Signore dell’ordine le vuole cenere e vento, un mucchietto di nulla grigio.

Tutte le streghe volano. La strige è un uccellaccio notturno che si nutre del sangue dei bambini, creato dal demonio nel tentativo di imitare i variopinti usignoli di Dio. Il nome è un’onomatopea, una di quelle parole miracolose che imitano i suoni delle bestie e dei fenomeni atmosferici. Sono le parole più vere e più antiche. Volano le arpie, piombando sui banchetti degli eroi e trasformando le focacce in cacca; vola la russa Baba Yaga in un mortaio guidato col pestello. Vola la mosca del burro, la butter-fly (farfalla), che per dispetto fa inasprire il caglio dei pastori. Streghe contro la vita e ciò che nasce, sia un fanciullo paffuto o il grano profumato.

Incontriamo la strega nei boschi, quando smarriamo la strada di casa. È una vecchietta debole che con una mela o caramella ci convince a seguirla. A volte è un fantasma inconsistente, come il Male. Abbiamo paura del Male ma non sempre lo sappiamo riconoscere. È privo di materia e si infila dentro di noi fino a che non trova cibo per sfamarsi. Riusciamo ad essere più forti di lui solamente quando diventiamo più leggeri, quando voliamo più veloci.

Una strega dell’alba del mondo è Medusa, regina degli abissi, con serpenti al posto dei boccoli. Chi la fissa per pochi secondi viene trasformato in pietra. L’unico che riesce a sconfiggerla è Perseo, che sferza le nuvole con sandali alati. La sconfigge tagliandole la testa mentre la controlla da uno specchio: la vede ma non la guarda. La testa mozzata diventa il suo premio, l’unico fardello che conviene portarsi appresso, per ricordare la battaglia vinta e la paura sconfitta.

Togliere peso significa comprendere ciò che val la pena di tenere e ciò che occorre lasciare. Non è l’essere privi di sostanza, è avere con sé solo il sacro poco. Spesso ci teniamo stretti a qualcosa che non si tocca, che è senza peso: un’idea, un sentimento, un dolore. Montale lo canta in un pezzo di “Ex Voto”, dedicata alla moglie scomparsa:

Comprendo

la tua caparbia volontà di essere sempre assente

perché solo così si manifesta

la tua magia.

Sono versi che volano. Il verbo all’attacco è sospeso fin che non si appoggia sul complemento oggetto che sta su uno scalino più basso . Nell’ultimo verso è addirittura il soggetto ad apparire dopo il predicato in bilico, come se la formula non dovesse finire mai. Per la tecnica, si tratta di un enjambement. Per la bellezza, è un modo per riempire di silenzio il vuoto, il vuoto di lei, che è il tutto per lui. La profondità richiede leggerezza, sempre. Nel bene, e nel male.

 

“DI’ SOLTANTO UNA PAROLA E IO SARO’ SALVATO”: l’incanto del narrare.

Un comune destino lega una principessa persiana, una ragazzina ebrea e un filosofo francese: salvare la propria vita con le parole.

Il sovrano Shahryar vendica il tradimento della moglie sposando le sue schiave e mozzando loro la testa durante la prima notte d’amore. L’astuta Sherazad decide di offrirgli la sua mano per metter fine alla mattanza. Narratrice carica di fascino, trasformerà la sadica luna di miele in un racconto senza fine. Ogni sera intrattiene il marito con storie di ladri, mercanti e marinai senza svelarne l’epilogo. Rimanda così la sua esecuzione, fin che il re si innamora perdutamente di lei. È la trama di “Le Mille e una notte”, il capolavoro arabo in cui la finzione letteraria appare come un istinto tutto umano. Raccontare favole è un modo per sopravvivere alla realtà, per indagarla, per comprenderla. Un modo di far finta per davvero.

Anna Frank, invece, non si salverà. Le pagine scritte a Kitty, l’amica immaginaria, rimarranno nella soffitta che per due anni le fa da universo. Il diario, regalo per i suoi tredici anni, le sopravvive. Lo troverà suo padre quando tornerà da Auschwitz, da solo. Le righe raccontano i primi tormenti d’amore, le ore annoiate nel nascondiglio, i cenni di speranza accatastati tra la paura, la fiducia in un cielo che tornerà sereno, prima o poi. È la storia di un’adolescente olandese intrecciata con la Storia, quella folle e violenta. Ogni volta che si legge il Diario di Anna Frank si vorrebbe poter agire sul suo destino, cambiandolo. Immaginarla smagrita e abbandonata in una fosse comune non pare un finale sensato, e invece è quello reale. Per lei scrivere fu un modo per sopravvivere alla prigionia e al terrore della cattura, dare un ordine al caos. Le sue parole sono arrivate fino a noi, intense da far male, intense da far bene. Per noi, nel suo Diario, Anna vive.

Rifiutò il Nobel per la letteratura, nel 1964. Lo accusarono di essere un intellettuale spocchioso e ingrato. Eppure Jean Paul Sartre era stato chiaro nella lettera che inviò all’Accademia di Svezia poco prima della proclamazione: non voleva che il potere da lui contestato trasformasse uno scrittore libero in un’istituzione. Vi era però un’altra ragione, più profonda e intricata. Sartre la racconta in “Les mots”, “Le parole”.  L’opera non è solo un’autobiografia: il filosofo ammazza la sua anima e la cura come un branzino. Taglia le pinne e solleva la lisca con l’affilato coltello dell’espressione. Senza remore, senza pietà, indaga se stesso per farci gustare il senso del nostro esistere. Non ha senso premiare un uomo per quello che ha prodotto: la sua opera è un costante divenire, per cui il libro migliore sarà l’ultimo, quello non ancora scritto. E poi perché complimentarsi con un uomo che ha scritto per sopravvivere? Nato e cresciuto tra i libri, Sartre aveva fatto del linguaggio il mezzo per conoscere il mondo. Scriveva per sé, per rimanere a galla nel fiume inquieto della vita, che si comprende davvero solo quando arriviamo alla fine. Che fossero romanzi d’appendice o tomi filosofici, Sartre trovava nei libri le ragioni di ogni lotta. Fu in un certo modo vittima della letteratura, e riuscì a difendersi solo partecipando attivamente alle battaglie civili, dalla Resistenza francese alla cura della malattia borghese. Convinto che la cultura non salvasse nessuno, sapeva che ogni azione nasceva da un’intenzione pulita, da un pensiero saldo e coerente, pur se non universalmente condiviso. Il lavoro intellettuale costituiva un atto d’amore.  “Un uomo, fatto di tutti gli uomini”: così appaiono le creature riflesse nello specchio della cultura.

Quanto peso hanno le cose che ci accadono e quanto la nostra capacità di reagire? Chissà da dove arriva la forza che ci smuove dentro. Chissà se siamo noi a tessere il destino o se recitiamo il ruolo di un disegno sconosciuto e già deciso. Poter essere una storia di cui conosciamo già la fine, poter reinventare la trama, cambiare le occasioni. Mettersi appollaiati nell’aria azzurra e, da lontano, guardarci passare. Come i treni, o le stelle cadenti.

 

 

 

#quellavoltache (non): contro una campagna dannosa

Non mi sono mai sentita molestata dagli uomini. Basta uno sguardo per incenerire eventuali vampate, a volte aggiungo due parole. Ho ottenuto più rispetto che fastidio. Le occhiate libidinose mi fanno pena, non paura. Tra esseri umani lo scambio è alla pari.

Al lavoro non sono mai stata discriminata e non ho mai ricevuto strane proposte: lo vedi quando una conta solo sulle proprie forze. Ho pagato più lo scotto dell’esser giovane che dell’essere donna. Le campagne antimolestia di questa sinistrella radical chic sono un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto: non sono le tette che ci penalizzano, ma una politica del lavoro che fa schifo.

Ho sempre evitato di frequentare antri bui e pericolosi non perché sono donna, ma perché nei luoghi dove regna la disperazione, la violenza è l’unico linguaggio. E quello è un problema sociale, non sessista, santo cielo. Potrei girare con uno spray al peperoncino perché esistono i pazzi malati lasciati allo sbando, non perché esistono i maschi.

Non mi infastidisco quando ti dicono “è ora che ti trovi un uomo” : la mia solitudine è una conquista e non esiste l’ora giusta, ma la persona con cui mettersi in gioco. Dentro ho un cuore, non delle lancette. Si tratta di una battuta goffa per avviare una conversazione magari profonda, che ho imparato a tenere senza difficoltà. Decido io come voglio essere e chi non capisce, pazienza. Non faccio pagare a tutti gli uomini le colpe di chi mi ha deluso: impacchetto, butto via e cambio strada. Non rinuncio alle belle occasioni per essermi imbattuta in un coglione, pure se la rabbia mi farebbe pensar male di tutti. La rabbia è un fuoco di paglia e la ragione è una roccia fredda. Forse è pure bello preparare la cena e pulire la casa per chi ti ama. Emanciparsi non significa rinunciare a prendersi cura dell’altro, che è di per sé un privilegio.

Guardatevene da queste campagne sordide: i post che leggo sembrano sceneggiature di film erotici di bassa lega. Che tristezza. Tra il non denunciare uno stupro e dare del maiale a qualsiasi maschio vi abbia fatto un complimento passa un’enorme differenza. E diciamolo, caspita: se metto una minigonna e trascorro tre ore dall’estetista è perché voglio essere guardata, desiderata, voglio che mi fischino per strada. La mia cultura non ha bisogno di creme antirughe: chi ama la mia testa è perché gli ho mostrato quella, non altro. Non mi stupisco se con una foto mezza nuda su instagram ottengo un invito a letto e non in biblioteca. Io valgo per quello che so fare. Se poi mi fotografo in bikini perché mi sento gnocca, eviterò di moralizzare le modelle: significa essere coerenti, non superficiali. Sto meglio quando sono truccata: l’acqua e sapone lo lascio volentieri alle quindicenni. La naturalezza è una scelta ponderata, la sciatteria è un disagio occulto.

Non sono comunque immune dalla violenza. Se un giorno qualcuno dovesse farmi male, mi difenderò. Muoverò la questura, l’opinione pubblica, farò tutto ciò che è in mio potere per fargliela pagare. Non ascolterò l’Asia Argento di turno. Ascolterò quello che mi hanno insegnato anni di lotte per i diritti veri e seri; che la libertà è una scelta consapevole, fatta di impegno e fatica e richieste di aiuto, non di piagnistei. La solidarietà femminile è una bugia: alcune donne mi stanno sulle palle e non è un problema che mi turba, dato che vale anche per loro.

Non cediamo alle squallide marchette delle quote rose: chi confonde la figa col diritto fa della figa un passe-partout e ci umilia. È come voler portare la pace con i carri armati, per dio. Leggiamo, tiriamocela quando abbiamo voglia di giocare, costruiamo qualcosa di positivo, usiamo la sensualità con coscienza e leggerezza. L’indipendenza, quella vera, è l’assenza di paura del giudizio altrui. Il rispetto verso noi stesse nutre il rispetto da parte degli altri. Abbiamo tutti gli strumenti che ci occorrono, i talebani sono un altro affare.

L’umanità non si distingue tra chi piscia in piedi e chi piscia seduto, ma tra chi nuoce e chi no. Il male non ha genere, ma schiavi. E noi nasciamo liberi.

 

 

Amare chi ci ferisce: “Lettera al padre” di Franz Kafka

Accade che una persona diventi il centro del tuo universo. Non si tratta di una scelta consapevole; è più che altro la risposta ad una chiamata. Un giorno scopri che tutto ciò che fai non avrebbe senso senza l’esistenza di questo essere umano. Ciò che a lui piace è ciò che conta; e tu sei quello che lui vede in te. Cessa di scorrere il tempo e non ti importa nulla dello spazio: l’unico orizzonte possibile è l’ossessione che hai per una creatura magica e terribile, che non ti vuole. Sono legami tossici, relazioni a senso unico o, meglio ancora, strade chiuse. Chiamare amore un’ossessione è traviante. L’unica cosa vera di questo stato di cose è il disamore che si prova verso noi stessi: il tormento di non essere abbastanza e di non meritare le attenzioni dell’altro, l’attesa di una certa disfatta pure nei momenti felici. Chi accetta di stare dall’altro lato del cappio, spesso, è un Narciso, ovvero colui che ama solo se stesso e sceglie la vittima sacrificale per rafforzare il proprio ego. Narciso si nutre di un’anima innamorata e disperata: ogni suo gesto gentile è solo un altro spuntino per rimanere vivo. Non senti la voce di chi ti mette in guardia. Non importa se lui è una persona immeritevole: ormai è diventato misura di tutte le cose, per cui il bene e il male, il giusto e lo sbagliato si confondono nei suoi occhi e reggono il tuo mondo in dissolvenza.

Accade poi che l’illusione dell’amore passi di colpo. Un giorno ti svegli e l’universo torna a posto. Ti rimetti al centro, riempi le tue giornate di imprese liete. Ti stupisci dell’importanza data a chi non valeva nemmeno una tua lacrima, lo vedi per ciò che è. Tornare indietro ti pare impossibile: la vittima sacrificale, d’ora in poi, sarà qualcun’altro. Un po’ ci si reinventa, un po’ si torna quelli di prima e ci si promette solennemente di non ricadere nella trappola. La persona a cui dedicavi ogni tuo istante cresceva nella tua mente e da lì se n’è volata via. Si può guarire da un’ossessione simile, ma non quando il Narciso è tuo padre e l’affare inevitabilmente si complica. Il suo sangue scorre nel tuo: è impossibile fingere che lui scompaia e che tutto torni come prima. Tu esisti perché c’è lui, e ciò insinua in te la convinzione di essergli eterno debitore, pure se non ti ama come vorresti, come meriti.

Nel novembre del 1919, Franz Kafka scrisse una lettera a suo padre e la affidò alla madre. Sono righe lucide e crudeli, a tratti commoventi. Il bambino, il figlio e il genio si confondono in un rapporto saldo nella sua instabilità. Il padre forgiò l’universo kafkiano che ritroviamo ne “La Metamorfosi”, “Il Processo”, “America”; terra dell’incomprensibile, dove tutto è sfuggente e contraddittorio. Si giunge ad amare chi ci ferisce quando le domande superano le risposte; quando ciò che non capiamo pesa più di ogni evidenza, quando perdiamo il senso del giudizio. Il mondo infantile di Franz si divideva in tre parti: il piccolo figlio “schiavo” che soggiace ad ordini assurdi, il tiranno che detta legge e il resto dell’umanità, libera e felice. L’affetto c’era, sì, ma non tutti i bambini hanno il coraggio e la forza per cercarlo a lungo e l’incanto dell’essere amati si trasforma in paura di deludere.

L’adolescenza di Franz fu un tortuoso percorso verso l’approvazione del genitore, che se da una parte esigeva il successo a scuola e nella vita sociale, dall’altro attendeva l’inevitabile fallimento. Il padre, con tanto sacrificio, era riuscito a garantire al figlio un’esistenza agiata, che continuamente gli rinfacciava: il figlio gustava tale privilegio solo al prezzo di un eterno senso di colpa per una miseria mai vissuta. Per il padre gli altri erano tutti senza valore, e nonostante il figlio ormai adulto riconoscesse il lato ridicolo di alcune affermazioni, non poteva fare a meno di non prenderle in considerazione. Perché l’uomo che le esprimeva era tutto ciò che aveva; e quando l’autoritarismo di questa figura prudeva come un morbo, compariva l’immagine di un gigante debole, che piange la morte della moglie appeso alla libreria, che sorride per una battuta detta durante la cena; un Narciso che dà e toglie seguendo una logica oscura. “La stima di me stesso – dice Kafka – dipendeva da te molto più che da qualsiasi altra cosa, ad esempio da un successo esteriore”.

Franz Kafka non si sposò mai, nonostante definisse il matrimonio come “la meta più alta che si possa raggiungere”. Ma la vita coniugale era ambito esclusivo del padre e lui non avrebbe mai potuto imitarlo senza andare verso una scontata rovina. Il matrimonio l’avrebbe reso del tutto indipendente e appagato, in linea con le aspettative del genitore, della società, della religione. E se fosse andato male? Transitare dalla famiglia d’origine ad una nuova da lui costruita sarebbe stato come “fuggire da un carcere e allo stesso tempo volerlo trasformare in un castello di campagna”. L’amore di coppia era un idillio triste che funzionava fin tanto che c’era chi ordinava e chi soccombeva e lui non avrebbe accettato nessuno dei due ruoli.

Franz immaginava la carta della terra spiegata e suo padre disteso sopra: avrebbe potuto prendere in considerazione solo le zone che lui non copriva e la letteratura costituiva una terra vergine. I pochi libri che pubblicò in vita non piacevano a suo padre, rappresentavano fantasie improduttive e nella vita l’utile era ben altro. L’autore, poco prima di morire, fece promettere all’amico Max Brod di incendiare tutti i manoscritti; promessa non mantenuta, per nostra immensa fortuna.

Kafka non sarebbe Kafka se suo padre non fosse stato così. Ognuno di noi ha coltivato un Narciso che l’ha ferito ma l’ha reso migliore, o l’ha reso semplicemente quel che è. La sola cosa che conta, l’unico atto ribelle e salvifico, è sopravvivergli. E la verità, in questo caso, la si lascia un poco perdere.

 

“Chiudi gli occhi e pensa all’Inghilterra”: sopravvivere in Corea del Nord

La frase “sto mentendo” ha due facce: se è vera, sono un bugiardo poiché mento. Se è falsa, lo sono comunque perché dico una cosa non vera. Si tratta del paradosso del mentitore, gioco logico che sintetizza un cruccio quotidiano: saper distinguere le bugie dalla verità. La Corea del Nord si attorciglia attorno a questo asse.

È una delle dittature più pericolose al mondo: ora tiene in scacco gli Stati Uniti col pericolo del nucleare, ma per il popolo la tragedia va avanti da oltre settant’anni. Negli anni Novanta, crollato il comunismo sovietico, 3 milioni di persone sono morte di fame: l’ideologia della Juche – l’autosufficienza –  impediva di chiedere forniture alimentari esterne, nonostante giungessero vagoni di Bordeaux e aragoste per i capi. Sotto il regime di Kim Il Sung potevi essere sbattuto in un gulag se non conoscevi a memoria il suo discorso di capodanno (2 pagine di quotidiano). Il successore, il figlio Kim Jong Il (al potere dal 1994 al 2011) aveva invece un’anima artistica: scriveva orrendi drammi teatrali sulla rivoluzione comunista. Uno s’intitola “Il mare di sangue” e i nordcoreani l’hanno dovuto applaudire migliaia di volte. In quel caso, un Fantozzi che grida “è una cagata pazzesca!” sarebbe stato freddato con una cannonata.

Il reportage “All’ombra del dittatore grasso”, dell’inglese Michael Breen, narra le gesta feroci dei due predecessori dell’attuale leader Kim Jong Un, ai quali hanno dedicato pure una specie di peonia e di orchidea, nonché mausolei trash. I nordcoreani sono tuttora isolati. Il loro sistema internet non è connesso al mondo, tanto che nel 2001 il fratello di Kim Jong Un venne sorpreso con un passaporto falso mentre si recava a Tokyo convinto di poter visitare Disneyland (che è notoriamente a Parigi).

La propaganda del regime ha costruito una realtà parallela, un Truman Show dai risvolti distopici e criminali. Breen lo chiama “Il Paese delle menzogne” e racconta un episodio emblematico. Un suo amico nordcoreano, riuscito ad andare in Cina, gli disse: “Da quando sono qui mi capita di leggere la stampa straniera. In base a tutto quello che mi hanno sempre insegnato, quello che i giornalisti stranieri raccontano della Corea del Nord è falso. Ma quando leggo gli articoli non riesco a capire dov’è che non dicono la verità”. L’informazione controllata opera un lavaggio del cervello di massa: 25 milioni di persone sanno che il Giovane Leader è un mostro ma gli devono cantar le lodi ogni mattino. Sanno che si muore di stenti e di freddo, pur se abitano “la Patria più bella del mondo”, come viene definita dal capo che ha docidi castelli e divani in pelle di volpe. Gli ufficiali dell’esercito mentono addirittura a chi porta aiuti umanitari: nel 2001 Andrei Natisios, membro di una ONG statunitense, diceva che persino alcuni funzionari delle Nazioni Unite giunti in Nord Corea ipotizzavano che non ci fosse alcuna situazione di emergenza. Alcuni se ne andavano innervositi e allibiti dall’assoluta dis-percezione della realtà: gli ufficiali sembravano credere sul serio che le cose filassero lisce e mostravano solo gli aspetti positivi (per esempio le strade della capitale Pyongyang, dalla quale sono stati scacciati vecchi e disabili per rispetto al decoro). Talvolta alcuni civili vengono arrestati per reati non commessi e li confessano pur di non farsi incriminare per colpe che prevedono la pena capitale. La documentata descrizione delle torture di innocenti, accusati di aver rubato qualche grammo di riso, fa sanguinare le pagine del libro di Breen. Nemmeno l’horror più truce riuscirebbe ad avvicinarsi alla realtà.

Nonostante l’odio per i bugiardi, i tre Kim sono mentitori nati. Un giorno la cognata di Kim Jong Il criticò i sorrisi forzati di alcuni bimbi in filmati di propaganda. Lui rispose di esserne consapevole, ma se diceva ai registi di far riprese meno artificiali, avrebbero inquadrato creature miserabili vestiti di cenci, cioè la verità. La menzogna è causa ed effetto del sistema nordcoreano e delle dittature in genere. Esse nascono dalla rabbia nei confronti delle ingiustizie subite dall’oppressore (in questo caso, il Giappone) e promettono di creare una società ideale che si sviluppa grazie alle violenza e repressione. La dittatura è quindi un’enorme bugia.

Emigrare dalla Corea del Nord significa rischiare la pelle. Negli ultimi vent’anni, 30 mila persone sono riuscite a disertare. Se ti beccano ti uccidono o ti rinchiudono in un campo di lavoro. Chi rimane in questo inferno farà come la regina Vittoria quando udiva il marito entrare nella stanza da letto: “mi stendo, apro le gambe, chiudo gli occhi e penso all’Inghilterra”. Ma queste anime l’Inghilterra non la vedono nemmeno su google maps. I nordcoreani, per sopravvivere, fanno sogni bugiardi.

Sì. La festa dei nonni è inopportuna.

Sì. La festa dei nonni è inopportuna. La inventò Marian McQuade, casalinga della Virginia, madre di 15 figli. Nonostante avesse ben 40 nipoti, si dedicò una giornata per non essere dimenticata. Forse soffriva di megalomania, oppure aveva generato una stirpe di irriconoscenti.

Il 2 ottobre, orde di bambini invadono le case di riposo per salutare gli anziani. Peccato che un vecchio non sia per forza nonno, e nemmeno genitore. Il buonismo “all-inclusive” di queste celebrazioni crea forti imbarazzi: è irrispettoso festeggiare qualcuno per ciò che non è.

L’età. Un vestito che non ci sta mai bene. Si lotta per crescere e poi ci si dispera per il tempo che fugge. I vecchi non sono per forza docili. La fragilità viene barattata per buon cuore ma, a parte qualche caso sventurato, la solitudine della terza età la si guadagna con la prima e la seconda. Il perbenismo pop dimentica i più deboli, ceduti all’ombra in cui i sorrisi dei pargoli non arrivano e le maestre ti chiedono di “nascondere gli anziani più gravi”. Del resto, il dolore non è fotogenico.

La mezza età: l’incubo delle Madame Bovary odierne, in guerra con le ventenni che erano e le pensionate che saranno, imbrogliate in un’esistenza in cui confondono il marito con la pantofola. Più filtri su instagram che primavere, maturata esperienza con il tacco dodici e con i sogni rimasti svegli. Fanno la guerra alle calorie, come Gwyneth Paltrow, che ha giudicato il crac migliore dei formaggi confezionati. Premio Oscar per Shakespeare in love, artista straordinaria, a 45 anni si immerge nuda in un peeling di liquame e si fa fotografare. Chissà se dice “cheese” o “crac” allo scatto della reflex.

Temerarie. Sono le donne che portano le loro rughe come un trofeo. Fascinose e serene, indietro lasciano giorni felici o cattivi, davanti la voglia di imparare ancora. I loro anni sono pietre lievi e il loro tempo senza età, come tutte le cose bellissime che non si scordano mai.

VEDERE LE VOCI: la sordità nel Segno del diritto

La giornata mondiale del Sordo a Padova 

Arrivo in Piazza degli Eremitani alle 14. Trovo ammassi di palloncini blu, stand in cui si vendono magliette della GSM, Giornata mondiale del Sordo, e una folla silenziosa. In realtà non è silenzio: si chiacchiera, si discute, si scambiano informazioni. Si parla la Lingua dei Segni. La grammatica è nell’aria; le mani sono come farfalle che si piegano, roteano, si alzano e si posano nel comporre la magia di frasi e pensieri. Io non so dire nulla e non comprendo nulla. Sorrido, chiedo scusa se pesto i piedi a qualcuno, ringrazio chi mi dà un volantino.  Sono nata udente e ho imparato a parlare senza rendermene conto; un mondo senza suoni è per me una dimensione inconcepibile. Una dimensione che a queste persone non manca: come io non posso prendere parte ad una conversazione in segni, loro non possono udire la mia voce. Tutto qua. Io però non trovo ostacoli se voglio partecipare ad un convegno, assistere ad una lezione universitaria, guardare la TV o fare qualsiasi tipo di lavoro. Loro sì, e questo è profondamente ingiusto.

La Giornata Mondiale del Sordo è organizzata dall’ENS (Ente Nazionale Sordi, www.ens.it, di cui il Presidente è Petrucci Giuseppe) e quest’anno si è svolta a Padova, dal 28 al 30 settembre. Lo scopo è sensibilizzare l’opinione pubblica e il Governo affinché venga garantita la totale integrazione dei sordi e il riconoscimento legislativo della LIS (Lingua dei Segni italiana). In Europa manchiamo solo noi e il Lussemburgo.

Una delle conseguenze più gravi la paga la scuola dell’obbligo. Attualmente il 10-15% dei 6 mila studenti sordi in Italia non ha un assistente alla comunicazione, vale a dire interpreti assegnati dalle Regioni e capaci di tradurre le lezioni. Colpa dei bandi pubblicati tardi, scartoffie inceppate che si trasformano in giorni persi per migliaia di ragazzi. Spesso gli assistenti assegnati sono impreparati: la LIS non è lingua costituzionalmente riconosciuta e quindi non esiste un profilo professionale dell’interprete. Il disegno di legge del Senato verrà discusso questa settimana e poi, forse, partirà l’iter per ottenere quanto richiesto.

 

Quello che un sordo non vuol sentire

Parlare di “linguaggio dei Segni” è un errore. Lo rimarca Humberto Insolera, primo membro sordo dell’European Disability Forum. La LIS è una lingua con una propria grammatica, cioè l’insieme finito di regole  che permette di generare un insieme infinito di espressioni. Ogni sistema linguistico rispetta leggi universali inscritte nel nostro DNA: le grammatiche specifiche di ogni lingua sono invece convenzioni apprese con l’uso e l’esperienza. Potremmo assimilare la lingua al cibo: impariamo a mangiare senza che nessuno ce lo insegni, in seguito conosciamo i piatti tipici e scegliamo le nostre ricette preferite.

Comunicare, come mangiare, è una capacità innata. Una legge del 2006 vieta di usare il termine “sordomuto” in quanto non parlare con la voce non significa essere muti. Erodoto racconta che il Farone Psammetico (VII secolo a.c.) affidò due figli ai pastori obbligandoli a non parlar con loro affinché creassero una nuova lingua. I ragazzi iniziarono quindi a segnare, intendendosi senza difficoltà. I segni però non sono gesti mimetici e immediati: il segnante, come il parlante, riesce ad astrarre, ad indicare tempi verbali diversi, a costruire proposizioni complesse visualizzando la sintassi nello spazio anziché nel suono. Segnare non è “gesticolare”, è qualcosa di molto più complesso. Fu William Stokoe a studiare per primo la struttura della Lingua dei Segni, negli anni Sessanta. Studiò i segni come fossero parole, scomponendole in pezzetti sempre più piccoli fino a scoprire la logica di tutte le combinazioni possibili. Come per le parole, esistono segni-radici che vengono poi declinati nelle varie parti del discorso attraverso lo spostamento della mano nello spazio.

La prima scuola per sordi italiana nasce a Roma nel 1784. Il fondatore fu Don Tommaso Silvestri, che ebbe modo di visitare l’istituto parigino dell’Abbé de L’Epée. I religiosi giocarono un ruolo fondamentale nell’istruzione dei sordi: erano persone che non avrebbero potuto conoscere la Parola di Dio, non avrebbero potuto confessare i loro peccati e pregare, da qui la cura di tale disabilità. La crescita si arresta nel 1880, quando al Congresso Internazionale per il Miglioramento della Sorte dei Sordomuti di Milano viene bandito l’uso della lingua dei segni in favore della lettura labiale, dell’oralismo. La sordità viene travolta dall’onda reazionaria del regime vittoriano, epoca in cui la diversità disturba e disorienta. La situazione è drammatica per i ragazzi che hanno imparato solo a segnare: viene loro tolta la possibilità di comunicare e imparare. Bisognerà giungere agli anni Settanta per ridare alla LIS il posto che le spetta.

Humberto Insolera si è laureato in Scienze Politiche all’ateneo di Padova. Spesso ha trovato interpreti che sbagliavano le traduzioni nel corso di un esame. Ancor più allarmante è riscontrare imprecisioni nelle aule di un Tribunale o per le corsie di un ospedale, dove un errore linguistico può costarti caro.

L’arte in un mondo senza suoni

Ogni lingua ha una sua grammatica ma anche una propria personalità e cultura. La lingua dei segni ha un carattere altamente iconico e mimetico, nonostante la struttura complessa. È una lingua che ben si presta al teatro e alla poesia. Serafino Timeo, Presidente dell’Ente Nazionale Sordi di Torino e coordinatore nazionale della GMS, mi racconta che esistono rappresentazioni teatrali per sordi; a Roma si tiene un festival Internazionale del Cinema Sordo. “Sign Gene” è una produzione del 2017 diretta da Emilio Insolera ed è in tre lingue dei segni: giapponese, inglese, italiano. Esiste anche una poesia che nasce in lingua dei Segni: il segnato diventa danza, musica per gli occhi, così come la parola decantata diviene ritmo e rima.

Chiedersi se sia nato prima il pensiero o prima il linguaggio è un po’ la storia dell’uovo o della gallina. La conoscenza di una lingua non permette solo di comunicare con l’esterno, ma anche di parlare a noi stessi. Il discorso interiore è il flusso grazie al quale nasce il nostro pensiero e quindi la nostra identità. Noi siamo il nostro linguaggio e un cambiamento del linguaggio può trasformare il modo in cui consideriamo il cosmo. I tempi verbali, per esempio, collocano le nostre azioni nel tempo: noi non riusciremo a dare sequenza logica ai fatti della vita se non fossimo in possesso di uno strumento linguistico che governi il passato, presente e futuro. La LIS non permette solo di comunicare con gli altri, ma di esprimere la nostra interiorità e avere un posto nell’universo.

 

Nel Segno del Diritto

La lingua non si apprende da soli. È frutto di uno scambio, di una negoziazione che inizia nel nucleo intimo della famiglia. L’affetto veicola la conoscenza del mondo e del linguaggio e, nel caso di genitori  di bambini sordi, lo sforzo richiesto è maggiore. La lingua deve essere appresa nei primi anni di vita, momenti in cui le nostre capacità neurali sono al massimo della loro potenza. Un genitore udente di un figlio sordo fa il doppio della fatica e deve trovare strumenti diversi, essere attento e creativo, formato, paziente.

Nell’opera “Vedere Voci”, il neurologo Oliver Sacks narra diverse storie di bambini e ragazzi sordi. C’è Joseph, senza linguaggio fino agli 11 anni, scambiato per autistico: il suo mondo è fatto di sensazioni e non di pensiero; vive in un eterno presente. C’è Massieu, che impara i nomi di alberi e uccelli vagando per i boschi con il maestro Sicard, scoprendo così che le cose esistono anche nella mente. C’è Kaspar Hauser, che per 12 anni vive in catene, in balia di un padre psicopatico, e quando esce a quattro zampe dalla sua cella scopre le meraviglie dell’aritmetica e delle lettere, parti dell’illuminante libertà. Sono racconti estremi, certo, eppure servono a capire che il salto dal mondo animalesco della percezione, a quello umano dei concetti profondi, avviene grazie all’amore e alla dedizione di qualcuno che già lo abita.

Catia Bugé è nata da genitori sordi e oggi è Presidente del Comitato Giovani Sordi Italiani. Segna da quando è nata. Oggi si occupa dell’organizzazione di eventi e convegni. Mi spiega che la manifestazione padovana è pacifica, non siamo lì per contestare, ma per farci conoscere, per farci sentire. Mi traduce una canzone sulla LIS, interpretata da alcuni bambini durante al corteo: dice che la LIS ha dei segni bellissimi, parla dell’orgoglio di essere sordi.

Come per tutte le disabilità, la storia della sordità è un percorso di sofferenze e conquiste. Non garantire la libertà di espressione ai sordi non significa solo privarli di un diritto umano fondamentale: è privare gli udenti di incontri con persone che potrebbero arricchire la vita, la politica, il mondo intellettuale. Scendendo dal gradino paternalistico che vorrebbe noi udenti più fortunati di chi non sente, privare i sordi della possibilità di comunicare vuol dire privare noi della possibilità di ascoltarli. La cultura dei sordi è una terra ricca e perlopiù inesplorata e la LIS apre le porte di questo mondo, integrandolo con il nostro. Quando Sacks visitò il College di Gallaudet, un allievo presentò un professore segnante e udente dicendo: “lui è sordo, anche se ci sente”. La battaglia per i diritti dei sordi è una battaglia per i diritti umani. Chi non sente questa lotta, è sordo nell’anima.