QUELLA CON I LIBRI E’ UNA STORIA D’AMORE: FUORI I FASCISTI DAL SALONE DI TORINO.

“Tu non puoi capire se non ci sei passato” è un’espressione che tutti abbiamo detto. Ci allontana da chi non ha subito un certo sconquasso dell’anima e ci avvicina a chi l’ha vissuto. La vicenda della partecipazione di una casa editrice fascista al Salone Internazionale di Torino è stata analizzata sotto molteplici punti di vista. Ne manca solo uno all’appello, ed è l’amore incondizionato per i libri e la cultura. E chi non ci è passato, non lo può capire.

La casa editrice in questione si chiama Altaforte e Salvini l’ha scelta per pubblicare il suo libro intervista. Il proprietario, Francesco Polacchi, è dichiaratamente fascista. Nella presentazione del sito (www.altafortedizioni.it) si legge: “Altaforte è il primo canale commerciale, una piazza virtuale di diffusione di prodotti editoriali di altissima qualità sotto l’egida delle maggiori realtà di settore; denominatore comune di questo aggregato di collane, marchi, generi e titoli è una condivisa sensibilità che ci trova fianco a fianco nella diffusione di una cultura identitaria non allineata”. A me sembra una supercazzola, e in buona sostanza non vuol dire nulla. Gli altafortini pubblicano pure una rivista, “Primato Nazionale”, che nella grafica ricorda molto il settimanale “Internazionale”. Ne volevo leggere qualche stralcio, ma un numero costa 5 euro e non me la sono sentita.

Solo chi deve gran parte della sua anima ai libri può comprendere la questione dalla mia prospettiva. Quando parlo di amore verso i libri non parlo di istruzione e di lauree (non è detto che un laureato legga), ma della ricchezza immensa che ti dà un universo infinito di carta e storie. È un bisogno primordiale dell’uomo usare con saggezza le parole per dare un senso al mondo in cui abita. Quando scriviamo un post, un messaggio al moroso o un biglietto di auguri noi peschiamo dalla nostra cultura, grande o piccola che sia. Ed è grazie a quella se riusciamo ad esprimerci, a farci ascoltare e a farci voler bene.

Il fascismo e il nazismo hanno negato la cultura. Imponevano i nostri pensieri, limitavano ogni espressione, ci volevano bestie ignoranti e docili. Il Mein Kampf prima di essere un’opera criminosa, è innanzitutto un abominio letterario. Leggetelo sì, leggetevi pure il Libretto Verde di Gheddafi, leggetevi i pamphlettini leghisti che giravano quando Bossi trangugiava l’acqua del Po. Io sono profondamente convinta che se i fascisti leggessero sul serio i libri dei fascisti, probabilmente lo sarebbero un pochino meno. Per esempio, una delle opere dell’Altaforte si intitola “Diario di uno squadrista toscano” e viene descritta come “un’avventura rivoluzionaria dirompente i cui protagonisti erano in larga parte giovani (…). Lo squadrismo fu scuola di pensiero e di azione contro chi fugge la lotta e trova alibi al proprio sfaldamento esistenziale”: a parte che “trovare alibi al proprio sfaldamento esistenziale” non so che voglia dire, ma questa non è cultura. È una vomitata di cazzate antistoriche.

I fascisti nel Salone Internazionale del libro non ci devono entrare perché non è il loro posto. Condivido tutte le posizioni degli intellettuali, sia di chi inizialmente ha annullato la sua partecipazione (Zerocalcare, Wu Ming, Carlo Ginzburg) sia di chi era intenzionato a combatterli sul posto (Michela Murgia). Ma l’insulto è a monte: “casa editrice fascista” è una realtà ossimorica. Quelli non hanno nulla da argomentare, la cultura non è il loro posto. Mandereste la vostra ragazza a camminare da sola, nel buio della notte, magari in mezzo al gelo di un dicembre freddissimo? Un libro tra i fasci è questo. Chi ama i libri, capirà.

 

TONNO E CRACKER

Tonno e cracker: oggi abbiamo mangiato la stessa cosa, ragazzina di Verona. I tuoi genitori non pagano la mensa dell’asilo e per non lasciarti senza cibo, questo ti hanno dato. Mangia e taci, ragazzina straniera.

Io ho finito tardi, avevano chiuso i supermercati. E ho mangiato tonno e cracker. Ho trentatré anni, non ho famiglia. Non ho mariti che pretendono la cena, io, non ho figli da curare. Posso mangiare tonno e cracker quanto mi pare. Senza tovaglia, senza piatti, guardando la tv, dove parlano di te.

Ho studiato, ragazzina. Sono italiana. Sono laureata, ho un lavoro di responsabilità. Ma non posso permettermi molto di più di tonno e cracker. Se mangio al ristorante, qualcuno mi fa sentire troppo fortunata. Se resto a casa per risparmiare, qualcuno mi fa sentire sfigata. E tu mangia, ragazzina, fin che te ne daranno, mangia.

Sai che qualche amica tra un po’ di tempo ti dirà che il tonno è pieno di grassi, non è sano. I cracker si prendono senza sale. Sarai magra, ma non abbastanza. Sarai grassa e incazzata con chi non lo è. Il cibo sarà la tua rovina e il tuo rifugio, non sarai mai come ti vogliono. E tu mangia, ragazzina, magari di nascosto. Tonno e cracker, che di meglio non sai fare.

La scorsa settimana parlavano del congresso mondiale delle famiglie. Integralisti contro progressisti. Atei, omosessuali contro cattolici e reazionari. Sai cosa è emerso, ragazzina? Che una donna è libera se può abortire, che una famiglia è il posto in cui uno è felice. Verità che stanno in un mondo inesistente, di casistiche e di superficialità. Mangia il tuo tonno e i tuoi cracker: chi sceglie vive nel privilegio, il resto è noia, comunque.

Si scandalizzano, ragazzina. Perché ci sono sprechi nel mondo della politica e nessuno ti ha allungato i 5 euro per la mensa e hai mangiato tonno e cracker. Un calciatore si è offerto di pagarti le rette insolute. Digli di no. Non cedere. Non cedere mai.

Non permettere a nessuno di lavarsi la coscienza usando te e quello di cui ti nutri. Aspetta il momento in cui mangerai ancora peggio ma saprai chi sei. Attendi sulla soglia chi ti dice che non ce la farai mai. E se lo penserai, meglio ancora. Combatti, contro te, contro tutti. Chi non ti vuole è chi non ti serve. Chi non ti ama è chi non ti serve. Usa tutto quello che hai, troverai dentro di te forze di cui non conoscevi l’esistenza. Falli in quattro, ma in silenzio. Accetta di essere sottopagata, sottostimata, sottovalutata. È l’unico modo per star sopra a tutto e tutti. Sacrificati senza sosta e non farlo sapere a nessuno. Verrà, certo che verrà. Verrà il momento in cui non avrai nulla di più di adesso, ma sarai un gigante indomito che non si piega mai.  Cambierai il mondo che ora ride di te. Che ora piange per te. Cambierai, te. Sarai tutto ciò di cui ora hai bisogno.

Mangia il tonno e i cracker, ragazzina. E ringrazia.

“TU SARAI LA MIA ROCCIA PIU’ BELLA”: MORIRE E RINASCERE SUL NANGA PARBAT.

Ho letto diverse opinioni sulla vicenda di Daniele Nardi e Tom Ballard, ma le uniche parole che mi risuonano in testa sono quelle della fidanzata di Tom: “Un dolore straziante per non aver ascoltato le mie costanti parole che ti dicevano che su quella montagna non ci dovevi andare, i tuoi sogni non erano lì, per questo madre natura non ti ha più protetto. Ringrazio l’universo per avermi regalato una persona così speciale, non restano che i magnifici ricordi dei tempi trascorsi insieme che sono i più belli della mia vita. Ti ritroverò nella natura, nei fiumi, negli alberi, nelle montagne, tu sarai sempre la mia roccia più bella”.

È il grido lancinante e dolcissimo di una ragazza che in quell’uomo ha amato ciò che lo ha strappato da lei: la seduzione del rischio, la fame di cielo, un istinto dell’esplorazione che viene da lontano.

Nardi e Ballard avevano tentato l’impossibile: scalare in inverno lo sperone Mummery, la via più difficile della montagna più dura al mondo, il Nanga Parbat. Era l’ossessione di Daniele e una prova estrema per Tom, che a sei anni perse la madre sul K2. Il destino con loro è stato quasi beffardo: si pensava che la fine arrivasse con l’ammasso bianco e ghiacciato di una valanga; avrebbero potuti essere sepolti dalla luce bruciante di neve. Invece sono stati avvistati dall’amico scalatore Txikon, impegnato nelle ricerche: nell’obiettivo del cannocchiale ha scorto una tenda e, poco distante loro, Nardi e Ballard, nelle giacche a vento, intenti a tirare una corda fissa, per sempre. L’ipotesi più probabile è che siano morti di freddo.

Ora le opinioni si accumulano, si svendono. Chi li ha amati li difende perché così deve essere; alcuni alpinisti di fama mondiale – che ben conoscevano i rischi dell’impresa – gridano alla follia. C’è anche qualcuno che, pur riconoscendo in loro un’hybris mortifera, vi ravvede il coraggio dei veri esploratori, di chi sogna più avanti degli altri, trovando il proprio senso in questo vagare inquieto verso i confini dove la vita umana non è la benvenuta.

Al di là di ogni giudizio etico e morale, io credo che la vicenda del Nanga Parbat ci colpisce perché ci pone di fronte a due grandi interrogativi: come si vive e come si muore. Guardiamo i profili degli ottomila in cui la maggior parte di noi non arriverà mai e pensiamo a dove stiamo andando davvero. Io me lo sono chiesta, con immenso dolore e profonda gratitudine verso due uomini in grado di farci guardare dentro, cercando risposte che loro si erano già dati da tempo.

Ho anche ripreso in mano un libretto di Gustav Theodor Fechner, “Il libretto della vita dopo la morte”. Fu un mio acquisto disperato. Lo comprai due giorni dopo la scomparsa del migliore amico, una cosa di cui parlo malvolentieri e su cui finora non ho mai scritto nulla.

Fechener fu il fondatore di una scienza piena di fascino, la psicofisica. Era l’Ottocento, un secolo in cui la tecnologia permise di scoprire territori inesplorati, dove santoni e sciamani vivevano ancora come primitivi predicando visioni strane. Nel suo commovente sermone, Fecher esamina la relazione tra spirito e materia, chiedendosi cosa rimane di noi una volta morti. Ci paragona ad alberi, con le radici attaccate alla terra e i rami protesi al divino e, in questa estensione, accade un passaggio straordinario, cioè l’eternità. Gli spiriti dei defunti, usciti dal corpo entrano in noi e nelle cose che ci circondano. Noi uomini siamo “i ricordi della terra”: portiamo ciò che era prima e siamo ciò che viene dopo. L’aldilà è un volo di anime libere, e sono ancora tutte tra noi. Nulla di noi va perduto, la morte è solo una tappa del cammino. La sua fu una posizione anomala nel pensiero occidentale; e se da una parte ricorda la reincarnazione buddhista, dall’altro si avvicina a quella rivoluzione novecentesca che è la fisica quantistica, la scoperta delle particelle elementari che squarciano il vuoto con salti non sempre prevedibili e si relazionano generando e trasformando la materia.

Il mio migliore amico se l’è preso il cancro a 31 anni. Il fatto strano è che qualche mese fa, sistemando la mia camera, ho trovato un portachiavi che avrei dovuto regalargli al ritorno dall’Irlanda e che credevo di aver perso. Quanto crudeli sanno essere, a volte, gli oggetti. Quando l’ho trovato ho pensato: è possibile che io scali il Nanga Parbat in solitaria, ma è di certo impossibile che io veda questo portachiavi tra le sue mani. Sì, tra le riflessioni che ho fatto sull’ostinata voglia di scalare il Mummery di Nardi e Ballard c’era anche questa: se il mio amico avesse avuto qualche giorno in più non sarebbe andato a rischiar la vita per la conquista dell’inutile. Magari avrebbe preso un caffè con me, avrebbe guardato il cielo dal giardino di casa, tanto è azzurro come quello degli Ottomila.

Ma la verità è che questo pensiero non conta nulla. È un esercizio razionale che perde ogni significato se rapportato all’immenso mistero del nostro senso nel mondo. Il mistero è un buco nero che riempi come ti pare e lo riempi da solo, senza relazionarti con niente e nessuno. Il nostro senso non si confronta con quello degli altri. Parliamo di Nardi e Ballard per non parlare di noi e invece dovremmo farlo, consci che la loro sfortuna può essere la leva per una nostra rinascita, per chiederci se la vita, per come la stiamo prendendo, valga davvero la pena. E per alcuni uomini scegliere come vivere significa scegliere come morire e fare i conti con una fine che è parte integrante della stessa strada, del medesimo sogno.

Quel giorno comprai il libretto di Fechner perché io non credo nell’aldilà e per me il lutto fu ancora più feroce. Non può finire così, mi dissi, il nostro affetto, la nostra fatica, il nostro passaggio. Comprendo con tutto il cuore le parole della fidanzata di Tom, perché anch’io vado in montagna e per ritrovare il mio migliore amico. I luoghi in cui lo sento potentemente vicino sono dove è padrona la bellezza, la bellezza necessaria della natura che sopravvive, che c’era milioni di anni prima di me e che ci sarà dopo di me, che mi fa sentire piccolissima eppure parte di una meraviglia senza tempo, senza spazio. In ogni stella che brilla, nell’acqua pulita e rumorosa, nei fiori profumati come fare a non sentirlo qui, ancora, con me?

 

 

 

LA SCRITTURA E’ UNO SPORCO LAVORO: manie e abitudini di cinque geni della letteratura.

Scrivere la tesi è stata una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita. Era la prima (e credo ultima) analisi critica delle opere di una scrittrice veneta sconosciuta, Paola Drigo. Ci ho messo un anno un quattro mesi a concluderla. La professoressa, Anna Folli, si dimostrò sempre annoiata e scocciata nel correggere il mio lavoro, non c’era nulla che le andasse bene. Poco importava; le mie giornate in quel periodo erano fantastiche. Mi svegliavo a mezzogiorno, guardavo due episodi di Ally Mcbeal e scrivevo fino alle 3 del mattino. Uscivo per bere qualche birra e passeggiare fino all’aula studio per leggere le mail, oppure andavo in posta per pagare le spedizioni di articoli da vari archivi italiani.

Immergersi nel mondo delle parole è elettrizzante. Ci sei te, un foglio bianco e la penna che, come una bacchetta magica, crea qualcosa che prima non c’era. Eppure scrivere è uno sporco lavoro. Al talento, al fuoco dell’ispirazione, devi dare un metodo, un ordine. La scrittura è un’attività paradossale: per inventarti un nuovo stile devi padroneggiare canoni grammaticali antichi; per farti ascoltare devi essere comprensibile ma non piatto e noioso, altrimenti le tue pagine diventano polvere in tempi brevi. Flaubert ci mise cinque anni a scrivere “Madame Bovary”, iniziato nel 1851. Si lamentava con l’amante Louise: “prevedo terribili difficoltà di stile. Non è per niente facili essere semplici”.

All’epoca Gustave aveva trent’anni, una pancia importante e curava la precoce calvizie applicando un tonico miracoloso ogni mattina. Lo chiamavano “l’eremita di Croisset”, il sobborgo di Rouen, in Alta Normandia, dove lo scrittore viveva con la madre. Flaubert si svegliava tardi, costringendo il resto della famiglia a parlare pianissimo. Alle undici passeggiava in un boschetto di castagni e all’una iniziava la lezione quotidiana con la nipote Caroline. Leggeva su una sedia a dondolo, cenava con uova e formaggio e alle ventidue iniziava a lavorare duramente. A volte ci metteva due settimane per scrivere due pagine, per poi stracciarle se non le riteneva perfette: “non riesco a credere” – diceva agli amici – “che non mi si sia ancora fuso il cervello”.

Notizie come questa sono tratte da “Rituali Quotidiani”, prima opera di Mason Currey, giornalista e blogger statunitense. Con Currey si entra nel vivo delle officine di più di cento scrittori, registi, artisti. Spulciando lettere e testimonianze indirette, è riuscito a ricostruire la routine che permette ai creativi di liberare la mente e guadagnarsi da vivere, lottando con scadenze e vuoti di ispirazione. Sembra che le abitudini quasi maniacali garantiscano una certa protezione alla loro fantasia.

L’idea – come racconta nella prefazione – gli è venuta in un pomeriggio piovoso, in cui, tra un caffè e l’altro, non è riuscito a combinare nulla. Immobile davanti al PC per comporre un articolo da consegnare il giorno dopo, Currey si è interrogato sugli orari e programmi dei geni di ogni epoca, tracciando un’opera leggera e curiosa.

Stephen King, per esempio, è uno degli scrittori più metodici. Scrive tutti i giorni, duemila parole quotidiane. Lavora fino a sera, quando si riposa guardando le partite di baseball in tv. Nella sua autobiografia paragona la scrittura al sogno: il tuo studio deve essere un luogo privato; gli orari sempre uguali devono rispecchiare il rituale come quando si va a dormire. Nella scrittura, come nel sonno, “impariamo a rimanere fisicamente immobili mentre incoraggiamo la mente ad uscire dal monotono pensiero razionale”. King è uno degli autori contemporanei più prolifici, con 80 opere pubblicate.

Si vocifera che dal 1999 si faccia aiutare da un ghost writer, cioè qualcuno che gli scrive i libri. In quell’anno è stato investito da un minivan riportando diversi traumi. Dopo l’incidente ha acquistato il mezzo per 1600 dollari nella prospettiva di sfasciarlo una volta recuperate le forze.

Anche Simone De Beauvoir lavorava sempre, nonostante la sua giornata ruotasse intorno alla relazione con Jean-Paul Sartre. La loro era una storia d’amore aperta: potevano tradirsi reciprocamente, a patto di dirselo sempre. Il regista Lanzmann (autore del monumentale documentario “Shoah”, 1974) fu suo amante per circa sei anni. Racconta che lei si alzava verso le dieci e si metteva a scrivere e studiare. All’una pranzava con Sartre e spesso invitava anche lui, l’amante. Al pomeriggio tornava al lavoro, fino alle nove. Commentava con il compagno ciò che avevano scritto durante il giorno e poi andava a dormire con Lanzmann. La loro era una vita sobria, poco incline alla mondanità, di certo un po’ fuori dagli schemi ma adatta al loro genio.

Umberto Eco, invece, non seguiva alcuna routine. Esordi come romanziere a 48 anni, con “Il nome della rosa”. Affermava di aver avuto l’enorme fortuna di poter vivere della propria passione, ovvero lo studio della letteratura, per cui lavorava 24 ore al giorno. “Riesco a lavorare anche nel bagno di un treno. Quando nuoto, produco un sacco di cose, soprattutto se nuoto in mare. Molto meno nella vasca da bagno, ma comunque anche lì”, raccontò in un’intervista del 2008. C’erano giorni in cui si fermava solo per mangiare un panino, altri in cui non sentiva alcuna necessità di produrre. Adorava passeggiare per Bologna e bere un Martini per aperitivo, nei bar in cui trovava gli amici abitudinari.

Autore ancor più prolifico di King fu George Simenon, con 425 titoli all’attivo. Eppure scriveva solo dalle 6.30 alle 9.30 del mattino. Poteva scrivere fino ad ottanta pagine senza doverle rivedere. Era soltanto pieno di superstizioni: nessuno poteva osservarlo mentre lavorava, e il cartello “non disturbare” doveva essere preso seriamente. Indossava la stessa mise per ogni romanzo. Teneva in tasca dei tranquillanti che assumeva quando lo prendeva l’ansia, all’avvio di ogni opera. Si pesava prima e dopo ogni libro, calcolando che per la stesura consumava un litro e mezzo di sudore.

Lo scrittore John Cheever riteneva che non si possa scrivere nemmeno una lettera commerciale senza rivelare qualcosa di sé: la storia della penna da cui sono nati personaggi ricchi di eterno fascino è interessante quanto loro. Ed è incredibile pensare che anche la più rocambolesca delle avventure sia stata costruita su un tavolino silenzioso, tra un pranzo ed una cena, una chiacchiera, una passeggiata.

DANNATA FORTUNA (Un racconto)

Partì quando i colli erano ancora blu. Qualche banco di nebbia toglieva la visibilità per pochi metri. Sembrava di entrare e uscire da un bicchiere di sambuca. I lampioni iniziavano a spegnersi, il lunedì era ormai alle porte: le facce a neon dei colleghi, la pausa caffè allungata dai racconti del week end, la noia che devi per forza dichiarare il primo giorno della settimana. E la Juve aveva pure perso. La radio prendeva poco, forse per l’umidità. Gli era arrivato un messaggio della moglie, l’avrebbe letto più tardi. La bimba aveva dormito poco, colpa dei denti spuntati. Dovevano essere spilli terribili, quei pezzettini d’osso bianco destinati a sparire dopo pochi anni. Gli strilli erano potentissimi, e Stefano si era sempre chiesto come potessero due piccoli polmoni a produrre una massa d’aria simile.

Il pacchetto di sigarette era mezzo pieno, ma dato che il lunedì non si sa mai come va a finire, andò lo stesso a comprarne uno. Ormai il tabaccaio glielo presentava sul banco appena entrava. Winston blu e qualche battuta di repertorio. Il tabaccaio, Mauro, era interista. Quel giorno sorrideva sotto i baffi e gli occhiali appoggiati sul naso tremolavano come le foglie nella rugiada. Aveva pochi denti e Stefano ripensava alla bocca di sua figlia, quel minuscolo antro buio con tanti denti quanto quelli del Mauro, ma puliti, forti, pieni di futuro. Quando gli chiese pure un gratta e vinci, il tabaccaio lo prese in giro. Come poteva pensare di tentar la fortuna dopo una silurata simile? Quattro a uno senza dignità, bisognava aver coraggio. Ma Stefano rispose che tanto valeva ormai. “Sfortunato nel gioco, fortunato in amore!” gridò Mauro mentre Stefano chiudeva la porta e bofonchiava un vaffanculo.

Al bar ordinò un macchiato, per berlo in piedi leggendo il giornale. La prima pagina riportava uno scandalo di appalti comunali. Ricordò di avere il gratta e vinci in tasca. Lo prese e lo appoggiò sopra il Mattino di Padova per scoprire se fosse il biglietto vincente. Pescò una moneta dalla giacca e iniziò a grattare. Il gioco consisteva nel trovare delle mele portafortuna. Le mele avevano colori diversi, la rossa valeva ventimila euro. Man mano che la polvere argentea copriva la scritta “tangenti” del titolo di prima pagina, Stefano scoprì una mela rossa. Ripassò le istruzioni del gioco, ed erano chiarissime, sì. Grattò altre due mele rosse, gli venne caldo, aprì la cerniera della giacca e cercò di mettersi comodo. Arrivato a cinque, lesse il messaggio della moglie. Gli diceva di passare a prenderla verso le sei perché avrebbe lasciato l’auto dal gommista per mettere i pneumatici invernali. Quando vide sette mele, fu incapace di far di conto. La parola “tangente” era ormai completamente coperta dalla polvere argento, come se una stella vi si fosse scrollata sopra. Le mele erano dieci. Duecentomila euro. Stefano Rosin, impiegato in uno studio tecnico, padre e marito quarentenne, aveva appena vinto duecentomila euro.

Il macchiato era ormai freddo e la barista gli impresse i suoi occhioni neri per intimarlo a spostarsi dal bancone e lasciare il posto agli altri clienti. La fissò per un infinito secondo. I suoi riccioli divennero numeri, sul grembiule troppo stretto presero forma i calcoli aritmetici. In un anno, tredicesima compresa, Stefano guadagnava 21.000 euro. Duecentomila euro rappresentavano nove anni e mezzo di lavoro. Trasalì. “Un euro e dieci”, gli gridò la barista. Tremando, prese cinquanta euro dal portafoglio e glieli porse. “Non hai spicci?”. Forse sì, ma non era nelle condizioni di guardarci. E poi che voleva quella? Certo che non aveva spicci. Con la vincita avrebbe potuto comprarselo quel bar di bassa categoria, con i divanetti logori, perché li avevano voluti prendere bianchi come nei locali di fighetti; e poi i soliti cioccolati stantii, le scritte intimidatorie sopra il cesso “se rispetti gli altri tieni pulito!!!” come se bastasse un cartello a far rigar dritta la gente.

Lo doveva dire subito alla moglie? E se magari non aveva vinto nulla, se si era sbagliato? Si guardò intorno, mentre rimetteva nel portafoglio le banconote che la barista gli aveva cacciato in mano. Livio, operaio comunale, stava grattando pure lui. Il gioco era lo stesso. “Come funziona?” chiese Stefano simulando uno scarso interesse. “Con la rossa ti prendi ventimila euro, ma non si vince mai un cazzo”. Allora era tutto vero. Le bande catarifrangenti del giubbino dell’operaio lo fecero quasi lacrimare. Doveva dirlo alla moglie. Lei era già al lavoro, probabilmente, non poteva chiamarla. Le avrebbe mandato un messaggio. Prese il telefono dalla borsa, digitò il suo nome. L’ultimo messaggio era quello sui pneumatici invernali. Rispose “ok”, e chiuse.

Uscendo stringeva il biglietto nella tasca. Non doveva perderlo, non doveva sudarlo, non doveva nemmeno farlo vedere. Tra dieci minuti avrebbe dovuto timbrare. Fumò. Un giorno aveva fatto il conto di quanto spendeva in sigarette nell’arco di un anno. Gli piaceva fumare. Era un’abitudine quasi sacra. Aveva smesso quando era nata la bambina, ma perché privarsi di uno dei pochi piaceri che aveva? I conti però parlavano chiaro. In un anno spendeva circa 800 euro di sigarette. Un giorno si mise a pensare cosa avrebbe fare con quei soldi letteralmente buttati: una breve vacanza per la famiglia (dato che costava sempre troppo), oppure comprare l’asciugatrice sognata dalla moglie. Ora non avrebbe avuto problemi. Quindi? Poteva fumare il doppio senza pentimenti? Gli sembrò un pensiero spaventoso.

Il capo era già arrivato, parlava al telefono. Stava ordinando le ceste natalizie per i dipendenti. L’anno precedente, appena aveva portato a casa la cesta, la moglie strappò subito il cellophane di stelline rosse per vedere cosa conteneva. Ad ogni leccornia estratta, faceva una smorfia schifata. Per lei erano tutte cose di pessima qualità, dal pandoro al torrone, senza parlare della bottiglia di vino.  Per Stefano era stato quasi umiliante. Li vedeva i consuntivi dello studio e sapeva che per pagare quelle ceste il capo aveva dato il massimo di ciò che aveva a disposizione. E quest’anno? Quest’anno lui aveva duecentomila euro in più. La cesta l’avrebbe dovuta donare lui. E quando il capo, messo giù il telefono, lo rincorse per dirgli “Rosin, aspetto un preventivo da giovedì scorso!” fu lì lì per metterlo al corrente della questione. Lo infastidì il modo. Gli parve più arrogante del solito. Arrivava sempre almeno un quarto d’ora prima e non si era mai tirato indietro per far straordinari. Persino quando era nata la bambina, nonostante le notti in bianco, le coliche e i pensieri, non aveva mai tardato. Forse c’aveva ragione la moglie; il capo e i suoi torroni di merda, se ne andassero pure al diavolo.

Appoggiò la borsa e accese il computer. Recuperò il preventivo dalla cartella. Aprì il file. Aggiunse un foglio excel e digitò 200.000. Per estinguere il mutuo gliene bastavano 10.000. Un po’ di soldi glieli avevano dati i suoi, un po’ i suoceri. Forse avrebbe dovuto restituirli. Ma erano un regalo. I genitori gli avevano anticipato un po’ di eredità. Non gli avevano mai pagato nulla, nemmeno la macchina quando prese la patente. Gli amici giravano con auto nuove fiammanti. Il giorno in cui, felicissimo, portò il suo nuovo acquisto in piazza, si misero tutti a ridere. Era un catorcio usato, ma era tutto suo. All’epoca si era dato questa nobile consolazione. E invece c’era rimasto molto male. Sghignazzava anche la sua ragazza, e quando un sabato sera le ruote rimasero impantanate nella golena in cui si erano appartati, lei sbuffò e maledisse “questa macchina da sfigato”. Il regalo dei suoi se l’era meritato. E pure quello dei suoceri, vivaddio. Solo per le rotture di coglioni che gli riservava la vedova, la madre di sua moglie. Aveva dovuto scarrozzarla in ospedale per un anno dopo la morte del marito, quando si mise a fare la malata immaginaria. La moglie a casa col pancione e lui in giro con la vecchia depressa e i risultati delle sue analisi. Ormai sapeva quanto pisciava, se era stitica, se il colesterolo superava i livelli di guardia. Per carità, se l’era guadagnata quella casa.

“Rosin!” i pensieri l’avevano distratto, doveva concludere il lavoro il prima possibile. Avrebbe potuto comprare un piccolo negozio di biciclette. Era il sogno di suo padre. Stefano era cresciuto in mezzo alle bici. L’infanzia era un ricordo lieto di mani unte di grasso e lo sgranocchiare ritmico delle catene. Le biciclette erano un capolavoro di arte e tecnica. I viaggi su due ruote rappresentavano la sua idea di libertà. In passato aveva percorso mezza Europa. Il giro più bello l’aveva fatto lungo il Danubio, chissà dove aveva messo le foto. Avrebbe assunto un dipendente per poter fare, ogni tanto, il cicloturista. Alla fine i duecentomila euro non dovevano per forza sconvolgergli la vita; lo avrebbero fatto stare più tranquillo, tutto qua. Poteva finalmente fare il lavoro che amava, crescere la bambina senza preoccuparsi delle spese quotidiane. La moglie avrebbe potuto lavorare meno.

Presto arrivò l’ora della pausa pranzo. Il lunedì non usciva quasi mai perché portava gli avanzi della domenica. Oggi aveva pollo e patate arrosto. E pure una fetta di crostata al cioccolato, la sua preferita. Gliela aveva preparata la moglie, con la bambina in braccio, disperata e paonazza per i denti assassini. La vecchia malata immaginaria non cucinava nulla, ma ogni domenica pranzava con loro. Mentre mangiavano il pasticcio di carne, lei iniziava l’assurdo monologo sui danni che il grasso animale aveva provocato alle povere coronarie del marito, colto da infarto una mattina di luglio. Il teatrino finiva con un pianto convulso e un tovagliolo sbavato di rosso. E poi la moglie che la consolava, un tintinnare di piatti sporchi e la perfida e comprensibile voglia di essere in un altrove sconosciuto. Non si era mai permesso di dire alla moglie che la suocera era una rompicoglioni. Aveva già il suo da fare, povera. La domenica sera crollava sul divano. Stefano le toglieva gli occhiali e con un bacio la mandava a dormire. Lei raccoglieva le pantofole e tentennando saliva le scale. Era ancora bellissima. Mora, slanciata, vestiva con gusto. Aveva gli occhi neri e brillanti e un sorriso quasi triste.

Si erano innamorati dieci anni prima. All’epoca lei era fidanzata, ma quando conobbe Stefano, decise di passar la vita con lui. Era stata l’unica volta in cui una donna lo preferì ad un altro. La paura più grande di Stefano era il tradimento. Se l’ha fatto una volta, diceva a sé stesso, potrebbe rifarlo. Ma man mano che gli anni passavano, il timore si affievoliva. Ora lei era madre, non aveva più vent’anni. Pian piano sarebbero mancate le energie, sarebbe venuta meno l’avvenenza. Eppure l’unica volta in cui aveva davvero dubitato della sua fedeltà risaliva a poche settimane prima. Gli disse che sarebbe passata da Miriam per una presentazione dei prodotti Avon. “Non farò tardi” aveva detto cercando le chiavi. Dopo due ore non era ancora tornata. La piccola aveva iniziato a piangere fin da quando aveva acceso l’auto. Stefano era stremato. Non avrebbe mai voluto chiamarla, ma non sapeva più cosa fare. Il telefono era spento. Forse voleva stare in pace, che diamine. Ma lui rischiava di impazzire in mezzo ai pianti inarrestabili. Chiamò Miriam. Miriam non era in casa, non c’era alcuna presentazione Avon. Può essere che Stefano avesse capito male. Era uscita di fretta, forse aveva detto un altro nome, oppure aveva detto Miriam, in quel casino si era confusa. Riaccese il telefono dopo mezz’ora, richiamò e disse “arrivo subito”. Aprì la porta, arrossata e spettinata, prese la piccola in braccio e si chiuse in camera. Stefano non aveva voglia di chiederle nulla, l’avrebbe fatto il giorno dopo. Fu una notte tranquilla, la bestiolina sdentata aveva seppellito le forze sotto il cuscino. Stefano non chiuse occhio. Davvero sua moglie sarebbe stata capace di fargli una cosa simile? Dopo il loro primo anno d’amore, lei gli confessò di aver baciato un altro. A Stefano crollò il mondo addosso. La volle lasciare, ma dopo un mese si accorse che la sua vita senza di lei perdeva sostanza. Lei fece di tutto per riparare quella ferita; gli disse di esser pronta a subire tutte le conseguenze del caso ma di non esser capace di immaginare un altro giorno distante da lui. Che era poi, un bacio? Un momento di debolezza, un errore da rimpiangere a lungo, ma nulla che potesse scalfire il loro progetto.

Nel bar dove Stefano andava a vedere le partite, si parlava spesso dei cornuti. Stefano non sapeva se rientrasse pure lui nella categoria e, nel dubbio, rideva alle battute. Il fatto che il tradimento si fermasse al bacio era un’ipotesi improbabile secondo gli avventori. “Se una è cagna” dicevano “lo è fino alla fine”. Sua moglie non era una cagna, santo cielo. Era la madre della loro bambina, la loro immensa gioia. Era la donna che cantava in napoletano mentre si faceva la doccia, la schiacciatrice che fece vincere alla squadra due tornei, la ragazza che – dopo la morte del padre – per una settimana dormì abbracciata a lui, e le sentiva il cuore pulsare veloce, come volesse volare via dal petto e raggiungere il genitore che adorava. Eppure spesso lo guardava con disprezzo. Quando, l’anno prima, gli disse che il capo gli aveva dato un pandoro del discount, Stefano aveva riso. “Ridi” gli aveva detto lei, accartocciando il cellophane di stelle rosse. “Ti fai prendere per il culo da tutti” urlò infuocata. Aveva pronunciato “tutti” con rabbia. E, ora che ci pensava, aveva detto tutti per non dire “me”.

Alla fine chissà dove era andata la sera della presentazione Avon. “Se è una cagna, lo è fino alla fine”. Ora quelle parole gli tuonavano dentro. Il bacio dato all’altro – se era stato solo un bacio – l’aveva devastato. Per mesi, ogni volta che si guardava allo specchio, vedeva un coglione. Un uomo privo di qualità, che forse si meritava le corna. Non mise mai in dubbio lei, in realtà. Aveva sbagliato, ma forse cercava di meglio e c’aveva ragione. Stefano pensò che non se l’era mai goduta davvero sua moglie. Dopo un anno venne tradito e visse con quel terrore per anni. Ora con la bambina avevano altri pensieri. In fondo non aveva mai avuto una donna pazza di lui. C’erano amici con uno stuolo di femmine pronte ad ogni sacrificio. Amanti che brucavano briciole di attenzione, bellissime e fascinose. Con duecentomila euro pure lui avrebbe potuto permettersi qualcosa. Non sapeva se sarebbe stato capace di tradire, conoscendo la sensazione devastante che si prova stando dall’altra parte. Ma la barista riccia, con le tette strizzate nel grembiule, forse non l’avrebbe trattato così se avesse avuto un rolex al polso e il macchinone. In fondo le donne cercano pure questo no? La tipa che rimase impantanata con lui nella Fiesta scassata, il giorno dopo sparì. A che serviva essere bravi uomini se poi queste galline impazzivano per uno che le trattava come merce?

I pensieri iniziarono a dargli la nausea. Lasciò lì il pollo con le patate e disse al capo che non stava bene, doveva uscire prima. Aveva spedito il preventivo via mail. Mentre parlava, tastava il biglietto fortunato. Andò a fare una passeggiata. La nebbia si era alzata, quell’anno Novembre era mite. Camminava sul tappeto di foglie variopinte e lasciava andare i suoi dubbi come freccette. Il bersaglio era sempre lì, erano i duecentomila euro. Suo padre e sua madre avevano risparmiato il più possibile. Mai fatto colazione al bar. Ancora oggi, Stefano viveva il suo macchiato quotidiano come un lusso quasi immeritato. “Sai quanti caffè puoi farti a casa con un euro e dieci?” gli pareva di sentirlo, suo padre, ogni mattina. Era una spesa evitabile, quindi inutile, quasi immorale. Si chiese cosa avrebbe pensato sua figlia scoprendo che il padre aveva vinto nove anni e mezzo di lavoro grattando un biglietto comprato a caso. Poteva crescere con il culto del lavoro e delle privazioni o avrebbe capito che un po’ di culo ti risolve la maggior parte dei problemi? Ma lui sarebbe stato un bravo padre. Aprire un negozio di bici sarebbe stato l’unico suo sfizio. Non avrebbe tradito sua moglie, magari qualche soldo lo dava in beneficienza, magari ai bambini meno fortunati e sua figlia ne sarebbe stata orgogliosa. Non poteva sapere quanti, ora. Doveva togliere quelli per il negozio, i diecimila del mutuo, qualcosa per la figlia. Quanto rimaneva? Si sedette su una panchina, tirò fuori il quaderno dalla borsa e si mise a scrivere. Una foglia rossa cadde sulla pagina. I soldi sono sempre un problema, mannaggia, che ci siano o meno. Poche ore prima era tutto più semplice. Il lunedì doveva essere un giorno un po’ più difficile degli altri, ma rientrava nell’ordine delle cose. Il suo ordine, il mondo che fino ad ora aveva conosciuto e misurato, costruito. Cosa ne sarebbe stato delle sue fatiche se poi bastava trovare dieci mele rosse per guadagnare nove anni di stipendio? E le cose che aveva pensato sulla moglie? Che squallore. Nonostante tutto lui era un marito felice e un uomo fortunato. Questo era il matrimonio: un porto sicuro, che ti salva da tempeste ben peggiori della sua piatta normalità. I soldi li avrebbero fatti litigare. Già l’asciugatrice era stata oggetto di diatribe sconfinanti in piccoli rancori. Duecentomila euro avrebbero trasformato le loro serate in un inferno.

Doveva decidere cosa fare. Chiuse il quaderno, si alzò. Ormai era quasi buio, aveva le mani ghiacciate. Arrivò davanti al tabacchino. Doveva dirgli che aveva vinto. Estrasse il biglietto della tasca, le mele sembravano ancora più rosse. Lo stracciò e lo buttò.

Nel frattempo gli suonò il telefono: era sua moglie, gli ricordava di andare a prenderla dal meccanico. Gli sembrò di sentire sua figlia sorridere.

L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE EBBE INIZIO NEI CIMITERI. La strana teoria di mia madre.

 

La legale di uno stupratore irlandese, durante il processo, ha esibito il tanga di pizzo nero della vittima, per dimostrare che la ragazza aveva intenzioni inequivocabili. Mossa riuscita, dato che ha vinto il caso. Giustamente è scoppiato il putiferio. Sono partite campagne a difesa delle donne, in mezzo all’indignazione generale, compresa quella di una parlamentare che ha portato le mutande a palazzo.

L’avvocato della difesa è una donna. Io me lo vedo il criminale, strafottente e disperato, e lei che gli dice “sta’ tranquillo, baby, dimmi com’era vestita e la risolvo io”. In realtà non so cosa pensare. Credo che in questa vicenda vi sia un pregiudizio riprovevole che convive con una rivincita antica.

La professione di avvocato nasce all’incirca nel 204 a.c., anno in cui la lex Cincia stabilisce le parcelle dei professionisti. Le prime donne avvocato, invece, arrivano ai primi del Novecento, dopo più di mille anni. Jeanne Chauvin fu la prima francese a praticare in aula. Durante la discussione della tesi di dottorato su uno studio storico delle professioni accessibili alle donne, dovettero intervenire le guardie. Jeanne venne ridicolizzata in una serie di quindici vignette postali stampate dalla tipografia Royer, della città di Nantes.

Eccone un esempio: è ritratta in toga mentre molla il ceffone al figlio dicendo “ma sento il mio angioletto che piange”, come se la sua carriera avesse privato il bebè dell’affetto e attenzione che una madre gli deve.

Jeanne Chauvin era una fuoriclasse, per genio e coraggio, e non è detto che il desiderio di emancipazione si possa sempre nutrire di queste qualità.

Alcune settimane addietro, ha fatto scalpore la foto della Isoardi che ha mollato Salvini postando in Instagram un “after sex”. Con lui, ovviamente. Già apprendere l’esistenza di un genere fotografico “social” che ritrae due amanti dopo un rapporto sessuale è una cosa per me spaventosa. Senza contare che la scelta di lasciare un uomo associando al messaggio d’addio l’immagine di lui a letto, potrebbe dar adito a supposizioni acide. Ma, insomma, non è questo che mi interessa. È lei l’oggetto della questione. Con orgoglio, Elisa aveva ammesso di stirargli le camicie e di essere la sua ombra, riducendo in cenere anni di lotte per i pari diritti. E poi ha fatto la femminista per davvero. Ha piantato questo energumeno manganellato mostrandoci una foto in cui lei è bellissima, truccata e ammiccante, e lui pare uno scimmione disfatto. Lui dorme (probabilmente russa), lei guarda il mondo che la attende e sorride. Ha fatto entrare l’Italia nella loro intimità mentre lui dichiarava “la mia vita privata rimane tale”. Gli ha fatto ammettere, con un assurdo autogol, che “c’era chi aveva altre priorità”, facendo intendere che lei abbia sfruttato il potere di lui per condurre un programma (La prova del cuoco) in cui, udite udite, una donna insegna a cucinare leccornie. Va là, che gran femmina.

Non so per quale curiosa associazione mi è venuta in mente una frase sentita spesso nel mio ambito lavorativo, composto quasi esclusivamente da donne: “assumi un uomo, così andremo tutte più d’accordo”, ci vuole “il gallo nel pollaio”. E non ti chiedono “un brav’uomo”, un “professionista capace”, nemmeno “un bel ragazzo così ci rifacciamo gli occhi”. Solo un uomo. Come se la connotazione anatomica bastasse a garantire il raggiungimento di una felicità, condizione impossibile senza l’alleggiante presenza di un pene. Pazzesco. O forse no. Il maschilismo, in un modo perverso ed inevitabile, ci ha dato un ruolo. E quando noi donne – magari con una fetta di vergogna mista al altrettanta civetteria – ammettiamo di non essere in grado di star bene senza uomini, ci riconosciamo un carattere, un’essenza. In quel momento, siamo. Ed è la consapevolezza di quel ruolo impresso da una cultura sociale rarefatta ad averci dato la forza di reagire. Il potere di fare le femmine senza per questo perderne in dignità. Di mettere il tanga senza farci dire che meritiamo uno stupro; ma anche di difendere con ogni mezzo legale uno stronzo che ha stuprato.

È come se esistesse un femminismo mascherato da antifemminismo. Un’onda silenziosa difficile da riconoscere. Mia madre ha una teoria strana. Dice che la vera emancipazione femminile è iniziata nei cimiteri. Nell’epoca in cui le nostre nonne a cinquant’anni erano già vedove, senza denti e senza tinta, obbligatoriamente vestite di nero, i cimiteri avrebbero rappresentato l’unico luogo in cui potevano socializzare senza esser vittime di pregiudizi. Contrite e chine sulla lapide dei cari perduti, hanno iniziato ad incontrarsi tra loro. A parlare. Ad uscire di casa. A mettersi in ordine i capelli perché il luogo sacro pretende rispetto. Le più audaci, ad andare insieme a prendere un caffè. Tutte, a sentirsi meno sole. Nonostante sia un pensiero senza affondi su ricerche antropologiche, non è distante dalla realtà del mio territorio, ed è sorprendente. Perché dimostra, quasi con amara ironia, che non c’è limite alla più pura e appassionata ricerca di emancipazione. Che tu sia una promettente avvocatessa, una showgirl innamorata o una taciturna moglie di campagna, la libertà, grazie a dio, non guarda in faccia a nessuno.

Ce la farà, la ragazza irlandese. Perché nel suo sangue c’è un po’ della vittoria partita lontano. E la parte di lei che è stata ferita e umiliata ha dentro un nucleo di salvezza. Di vita.

 

CHI CORRE HA UN CONTO IN SOSPESO CON DIO: cronaca di una maratona.

Non sono una che si allena con tecnica e costanza. Ai lunghissimi e alle ripetute ho quasi sempre preferito le camminate in montagna. Quest’estate, quando ho confessato di essermi iscritta alla Venice Marathon, le amiche hanno riso come matte.

Era un mio sogno, la maratona. Ogni volta che corro immagino di farne una. Sono tanti 42 kilometri, a volte già dopo 10 sei stanca morta e ti chiedi se sia veramente possibile percorrerli tutti. Fin da piccola ne ho sentite di leggende sulla maratona: c’è chi arriva e fa la pipì col sangue per la fatica; chi non supera il “muro dei 30 km”, ovvero il limite oltre il quale il tuo corpo non ha più nulla da bruciare, come una macchina senza benzina. Ho visto gare in cui gli atleti cedevano negli ultimi 300 metri, ho sentito di chi dopo la maratona non ha mai più corso. In questo portare il tuo fisico allo stremo c’è qualcosa di profondamente poetico e, in certo senso, immorale. Soprattutto quando sei consapevole di non poter vincere, di non abbattere alcun record. È un’inutile sfida contro te stesso. Uno sforzo vuoto.

Domenica alle 9.30 siamo partiti da Villa Pisani, a Stra, con le peggiori previsioni meteo: vento a 40 all’ora, pioggia, acqua alta a Venezia. Sotto il gonfiabile dello Start mi sono guardata attorno, come faccio prima delle competitive. I corridori sono storie su due gambe e rappresentano un universo curioso. C’è chi ha il fisico prestante e chi una tenacia da leone. Chi per un paio di calzini spende cifre irragionevoli e chi ha le canotte anni Ottanta, con inciso il nome di gare sospese da decenni. Chi porta con sé telefono, MP3 e integratori, e chi non ha nemmeno l’orologio. Per scaldare i muscoli, alcuni fanno gli allunghi, altri saltellano, si guardano indietro e sputano, tutti pronti per dare il loro meglio. Chissà perché si corre. Io non credo a quelli che dicono “mi piace”. A nessuno può piacere una cosa simile. È piacevole guardare un film, fare due passi al tramonto, mangiare un gelato, non fracassarti i piedi sull’asfalto per 4 ore e guadagnare un pacco di pasta, una mela e una maglietta di quei tessuti che ti fan puzzare pure se non sudi. Nemmeno io so perché corro. Prima del botto di inizio me lo sono chiesta, ma orami era tardi, sono partita e non c’ho pensato più.

Venicemarathon 2018
photo © Matteo Bertolin

“Cosa pensare”, ecco, quello è stato il mio cruccio. Per muovere i piedi non serve uno sforzo mentale e se ti arrovelli il cervello in questioni complesse sprechi energie. Eppure l’uomo non riesce a non pensare a nulla. Di conseguenza sperimenti una sorta di sospensione meditativa: tra tutti i pensieri, scegli quelli che ti faranno andare avanti senza distruggerti. Io faccio come i cecchini che per stare svegli pensano ad un’azione da compiere in coppia, tipo preparare una torta di mele, scandendo tutte le fasi: sbuccio le mele, le taglio a fettine, prendo la farina ecc. Oppure mi ripeto elenchi e liste, come Nanni Moretti in “Caos calmo”: le case in cui ho vissuto, i nomi dei miei compagni di classe, le borse che ho comprato. Quando attraversi i paesi della Riviera del Brenta, invece, interrompi questo flusso ipnotico e ti godi l’entusiasmo del pubblico, i bambini che sporgono la manina per darti il cinque e le persone che ti incoraggiano a non mollare. È sorprendente, perché se ti fermi ti sembra quasi di interrompere un sogno che è anche loro, per cui vai più forte e soffri sorridendo.

Dal 25° kilometro i miei pensieri si sono fatti più alti e coraggiosi. Ero verso Mestre, quasi dentro il Parco San Giuliano. Superata metà della gara, ho realizzato che stavo correndo una distanza aurea. Il primo maratoneta fu il povero Filippide di Atene, che corse sotto il peso dell’armatura per annunciare la vittoria e morì per lo sforzo subito dopo aver dato la lieta notizia. Poi ci fu Dorando Pietri, squalificato alle Olimpiadi del 1908 perché tagliò il traguardo sorretto da un giudice, dopo esser collassato a due passi dalla linea. Fu un atleta fenomenale, costretto a correre perché non aveva i soldi per comprarsi una bicicletta. Mi è venuto in mente anche l’aneddoto di un giapponese di cui non ricordo il nome che, destinato all’oro, durante la finale olimpica accettò un bicchiere di vino offerto da un contadino e si addormentò sul divano. Per la vergogna non si fece più trovare. Lo incontrò per caso un giornalista cinquant’anni dopo, nel 1962, e gli diedero la possibilità di concludere la sua maratona dopo ben mezzo secolo. C’è poi Abele Bikila, che vinse scalzo a Roma, abituato a correre per le dune etiopi per procurarsi l’acqua, per sopravvivere. E poi le donne, le spettacolari guerriere alate: Paula Radcliffe che ha corso fino all’ottavo mese di gravidanza e si è ritirata giocando in casa a Londra, piangendo come una bambina; oppure Valeria Straneo, a cui hanno tolto la milza e che a 40 anni batte ancora tutti. Due anni fa sono riuscita a strapparle una foto: è piccolissima e ardita come un gigante, per dirla alla Deledda.

E così con qualche cedimento, lenta come una lumaca indomita, mi sono trovata allo spauracchio del trentesimo chilometro, nel polmone verde più grande d’Europa, Parco San Giuliano. Ero convinta di svenire, spalmandomi nell’erba umida, e di essere poi soccorsa dai volontari del 118. Invece non mi è successo nulla e mi sono ritrovata ancora in piedi davanti al temibile Ponte della Libertà, che unisce Venezia alla terraferma. È un rettilineo di 4 chilometri immerso nel vento. Contrario, ovviamente. E oltre alle folate nemiche, batteva pure una pioggia fine e fredda, punte di spilli che ti massacravano la faccia. I ritiri sono stati numerosi; il camioncino dei pompieri raccattava runners esausti, salati di lacrime e sudore, cingolando in mezzo alla teoria di scarpe disfatte e alla danza di bicchieri vuoti.

Chi corre ha un conto in sospeso con Dio, o col destino, chiamatelo come volete. Tutti corrono per un motivo che non ha nulla a che vedere con la prestazione atletica. Quel giorno, ogni partecipante aveva dentro di sé un motore segreto: una delusione, una scommessa, un ricordo, una gioia, una persona perduta. Qualcosa che lo faceva stare in piedi più dei carboidrati e del cronometro. La maratona è una corsa solitaria che si nutre del calore dei passi di sconosciuti con cui condividi il sogno di farcela. La strada sei te, disteso, il tuo tempo, la tua vita, quello che sei e che vorresti essere. “Siamo noi i top runner” mi ha detto un compagno di Asolo. “Perché noi per allenarci dobbiamo arrangiarci, trovare il tempo, far sì che la moglie sia d’accordo. E non si molla mai, sa, l’importante è arrivare con quel che si può”.

Chi corre non è un eroe, perché non fa qualcosa che salva mondi o persone. Eppure correndo si prepara ad esserlo. La concentrazione e la volontà sono qualità indispensabili nella corsa e in un’esistenza che abbia senso. Questo non significa essere migliori di chi preferisce il divano: è semplicemente un modo per regolare il destino sperimentando il tuo limite, fisico e mentale.

A Venezia siamo arrivati con i piedi nell’acqua. Era la mia prima maratona e i giornali ne hanno parlato come di una gara “drammatica”. Ma a quel punto le gambe nella laguna gelida erano solo felicità. Tra gli spruzzi d’acqua grigia e le cupole azzurre, ho portato a casa una medaglia pure io. “Finisher” c’è scritto su, perché anche solo arrivare è una vittoria. E quando passi la linea e ti battono le mani, è quasi impossibile non piangere.

 

Quando la cultura brucia: la libreria Fahrenheit a Campo dei Fiori, Roma.

Catia Gabrielli ha aperto la libreria nel 1989. “La mia è militanza” ci racconta, “sono una specie di Don Chisciotte” che difende l’editoria indipendente e la bellezza del sapere.

A Campo dei Fiori mangi anche se non hai fame. I camerieri ti bombardano il menù mentre cammini per la strada, cercando di imprigionarti nel loro ristorante. Impaurito, cerchi un rifugio, e lo trovi proprio qui: la libreria Fahrenheit 451 è un’oasi di incanto.

I libri sono dappertutto. Un universo di galassie tematiche: narrativa, storia, filosofia, arte e spettacolo, fotografia. “I giovani sono un po’ a disagio con questo tipo di distribuzione”, spiega Catia: “vogliono trovare tutto e subito, con facilità”. Nei supermercati, così come nelle grandi catene, non sprechi tempo nel cercar libri. Devi comprare subito. In realtà solo guardando o spolverando questi cumuli di sapere, si impara già qualcosa. I commessi di Fahrenheit sono appassionati lettori: sanno consigliare il cliente, e la richiesta di pezzi rari è per loro una sfida da accogliere con entusiasmo, sfruttando segreti che non ci vogliono svelare.

Fahrenheit è famosa a Roma. Capita di trovarci Nadia Fusini o Alessandro Baricco. Catia ha puntata sulla qualità, sulla bibliodiversità. È molto difficile essere e rimanere indipendenti: “abbiamo passato tempi molto duri. La liberalizzazione selvaggia ha portato questa città al degrado”. In ottobre dello scorso anno i librai hanno richiesto un incontro a Montecitorio per proporre la revisione della legge Levi, che fissa i tetti di sconto al 15% o al 25% per le singole catene. Il modello proposto è la Francia, dove la legge Lang fissa il tetto al 5% e le librerie indipendenti coprono il 40% delle vendite. Amazon è un concorrente spietato, al contrario dei libri digitalizzati, ma non l’unico.

Nel 2017 sono stati pubblicati 66.757 titoli di cui 19.860 di narrativa (negli anni Ottanta la media era di mille). Eppure leggiamo poco; secondo l’Istat solo il 40% degli italiani ha letto almeno un libro nello scorso anno. Sono dati allarmanti, anche se si vede una luce all’orizzonte. La vede Catia e l’ha conferma l’AIE (Associazione Italiana Editori) nell’analisi presentata il 26 gennaio: per la prima volta dopo sette anni, le vendita crescono, anche se di poco. Un 5.8 pe cento in più rispetto al 2016.

Rincuora, ma non è abbastanza. La “spietata cecità” delle istituzioni, dice Catia, deve rivedere il modo in cui tratta la cultura. “Noi non molleremo mai”. È cresciuta leggendo Majakowskij, la Morante e Pasolini. “Per me lui è sacro. È stato determinante nell’influenza del decidere da che parte stare. Sulla strada dei perdenti, alla fine” e sorride, la Don Chisciotte con una corazza fatta di libri.

Giovanna Dall’Ora e Federica Marangon

 

“IL SEGGIO VACANTE” DI J. K. ROWLING: ANATOMIA DI UN’OPERA PERFETTA.

Sabato dovevo pulire la casa, sistemare l’armadio, leggere alcuni articoli salvati sul telefono. Ero alla trecentesima pagina sulle 550 de “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter. Ho provato a mollarlo ma non ce l’ho fatta. Lavavo tre piatti e proseguivo di 10 pagine, aprivo l’asse da stiro e me ne gustavo altre trenta. L’ho finito verso sera.

In realtà non so come si recensisca un libro. Forse dovrei iniziare narrando la trama e stando attenta a non spoilerare, ma è difficile. Ad ogni modo, la storia non ha nulla a che fare con la magia o il fantasy. Inizia con la morte improvvisa di Barry Fairbrother, consigliere comunale del borgo ingelse di Pagford. Il seggio vuoto diventa il perno attorno al quale si muovono le storie di un paesino borghese zeppo di maschere e menzogne, matrimoni infelici spacciati per idilliaci, sobborghi unti e maledetti, perversioni indicibili. La campagna elettorale si fa teatro di una tragedia in cui viene a galla il marciume e la finzione fino ad allora nascosti sotto l’armatura delle buone maniere.

È il primo romanzo che la Rowling scrive per un pubblico adulto. Ed è curioso, dal momento che i motori dei (numerosi) colpi di scena sono i ragazzini. Si tratta di adolescenti difficili con genitori ancora più difficili. Lexie e Libby sono le figlie del candidato Miles – avvocato conservatore, coccolato da mamma Shirley e ossessionato dall’opinione che gli altri hanno di lui – e di Samantha, prosperosa commessa di un negozio di biancheria intima, sensibile ai giovanotti e al vino rosso.

Ciccio Wall è stato adottato da Tessa e “Cubicolo” Colin, preside della Winterdown, affetto da disturbo ossessivo compulsivo e tormentato da un vergognoso segreto. Ciccio, magrissimo e spaccone, cerca la “vita autentica” nei Fields, quartiere degradato che gli abitanti di Pagforf vogliono estromettere dai confini del paese. Come Ciccio, anche il suo amico Andrew ha la necessità di trovare modelli maschili ai quali ispirarsi, da tenere come esempio. Invece si ritrova un padre ladro e violento, pronto ai pugni e alle umiliazioni e quando si candida a consigliere, Andrew rischia quasi la vita per impedirglielo. Sukhviender “Cincia” Jawanda sarebbe la figlia fortunata di due rispettabili medici indiani; peccato che venga bullizzata dai genitori tanto quanto dai compagni, per la sua dislessia, la timidezza, la poca avvenenza. Mamma e papà la deridono in maniera non violenta, ma comunque molto efficace, tanto da spingerla all’autolesionismo. Gaia, bellissima e inquieta, è la sua migliore amica. Originaria di Londra, la madre Kay l’ha portata con sè a Pagford per seguire il nuovo compagno, Gavin, collega di Miles, che non la ama e non trova il coraggio di dirglielo.

Kay, assistente sociale capace e coraggiosa, segue il caso della famiglia Weedon, relegata nei Fields. Terri Weedon è la madre tossicodipendente del piccolo Robbie e di Krystal, componente della squadra di canottaggio con Libby e Sukhviender e Barry come allenatore. Krystal, ribelle, sfrontata e border line, è sostanzialmente la miccia di questo incendio corale e devastante che è il romanzo della Rowling. In ogni singola vicenda lei gioca la sua parte, perché – nonostante sia l’anello debole di una catena apparentemente virtuosa – è l’unica persona che fa sul serio. Nel senso letterale di “fare sul serio”. Krystal non finge, non bara. Dice quello che pensa, pur se non pensa a quello che dice, pagandone sempre le conseguenze. Dignitosa, nella sua imbarazzante autenticità. Lotta per il fratello, per la madre. Per gli amici, quando è necessario. Si fida solo di Barry, e Barry non c’è più. L’unica volta che per dovere di sopravvivenza cerca di macchinare un piano ne uscirà terribilmente sconfitta. Ma non devo spoilerare, mannaggia.

Dicevo che è difficilissimo recensire un libro. Dovrei forse analizzare la costruzione della storia, dei personaggi, commentare lo stile, abbandonare la componente emozionale che mi fa dire “ dio che libro spettacolare!” in favore di un approccio quasi scientifico. Una volta Umberto Eco – contestando la critica letteraria che bada all’impatto di un’opera sul cuore senza setacciarla seguendo criteri rigorosi – coniò l’espressione “anche i ginecologi si innamorano”,  cioè “passano la vita a studiare scientificamente una certa cosa ma poi quando hanno l’incontro magico con una donna è come se fosse la prima volta”. Dimostrava così la possibilità di analizzare scientificamente un’opera senza perdere il gusto di amarla. Per star nella metafora, dal punto di vista anatomico “Il seggio vacante” è un corpo che regge qualsiasi malanno. A mio parere, è perfetto.

E come in un corpo, così in un libro, la perfezione è data da forze in equilibrio. Quando si racconta una storia – e su, chiunque di noi c’ha provato almeno una volta nella vita – le forze più difficili da dosare sono 1) la potenza creativa di chi scrive, e 2) il giusto sforzo immaginativo di chi legge. E’ un po’ come nutrirsi: apportare un corretto numero e tipo di molecole senza patir la fame o soffrire un’indigestione. Lo scrittore crea immagini che hanno la profondità e la vivezza dell’esistenza reale, ma non può esagerare nei dettagli o lasciare troppo al caso, dato che il libro da qualche parte dovrà arrivare. La suspense dell’azione deve coprire un tempo “abbastanza lento da far capire ma non abbastanza da far prevedere”, come disse l’attore Carlo Croccolo a proposito dell’atto comico. Al lettore bisogna dare aria e potere, e questo la Rowling ce l’ha nel DNA. Samantha che – stremata da una vita coniugale piatta e maligna – guarda il DVD della figlia in cui un giovane belloccio canta versi stupidi, è una scena insignificante e potentissima, per il modo in cui è tracciata e per il percorso che a sopresa ne conseguirà.

Dice Jonathan Gottschall ne “L’istinto del narrare”: “lo scrittore non è un architetto onnipotente della nostra esperienza di lettura. Guida il nostro modo di immaginare ma non lo determina”. Chi legge vuole sentirsi raccontare cose vere, anche se non lo sono. Quando ci mettiamo le pianelle, accendiamo l’abat-jour, scansiamo la bolletta da pagare (lo faremo domani) e apriamo un libro, noi voliamo in un altro mondo. Eppure quel mondo non può esser tanto diverso dal nostro, perché stiamo leggendo, non affaticandoci in conquiste inerpicate. Coleridge in “Biographia Literaria”, parlava di una disposizione d’animo che accumuna tutti i lettori e la chiamava la “volontaria sospensione dell’incredulità”: sappiamo che il suo Vecchio Marinaio è una balla, ma chi se ne importa. Ci piace e ci assomiglia così tanto da farne una nostra personalissima verità.

Credo sia impossibile recensire un libro, soprattutto se è un libro perfetto. Ed è per questo che non lo farò. Ho trovato molto più utile commentare il comportamento vigliacco di Gavin o l’eroica scelta di Tessa con la mia coinquilina, colei che il libro me l’ha consigliato. Ne abbiamo parlato come fossero persone di nostra conoscenza, come fossimo a Pagford, a bere un caffè al Bricco di Rame, facendoci gli affaracci altrui, trovando in queste invenzioni qualcosa di assoluto. Qualcosa di utile. Una sola riserva – più dal mio punto di vista che dal suo – sul finale e, dato che tira aria di spoiler, la chiudo volentieri qui.

Perchè la montagna ci rende migliori

Pubblicato nell’Annuario CAI Sezione di Padova – 2017

Facevo fatica a capire chi si sveglia alle 4 e mezza del mattino per andare a scarpinare su salite ripide o addirittura a rischiare la vita su rocce impervie, con la costante minaccia di un temporale improvviso. E tutto, fondamentalmente, per divertimento. I paesaggi montani sono suggestivi, certo, ma si possono ammirare anche da un rifugio tranquillo, percorrendo un sentiero non eccessivamente impegnativo, senza affanni inutili.

Pensavo inoltre che questi montanari integralisti dopo una domenica da brivido sarebbero comunque tornati ai loro lunedì abitudinari, tra le facce a neon di un ufficio, in una fabbrica, tra gli impegni familiari. Perché sentirsi eroi scalatori per un giorno quando il nostro problema rimane pagare il mutuo e sopportare i doveri quotidiani?

Il fascino muto dei giganti rosa delle Dolomiti era innegabile, ma non riuscivo a comprendere il senso di quella processione inquieta di caschetti e scarponi che si sottoponevano a sforzi improduttivi per la gloria di poche ore.

Allora mi sono iscritta al diciottesimo corso di Escursionismo Avanzato del CAI di Padova, io che di montagna non ne sapevo nulla, io che credo nella fatica di un mestiere o di un servizio e non di una passeggiata in compagnia. Sin dalla prima uscita mi è apparso tutto terribilmente chiaro: è la montagna che ti sceglie, non il contrario. E’ la montagna che ti sale nel cuore, non tu che la scali. Ti entra nelle scarpe ridotta in sassolini e ti aiuta ad essere migliore. Quando rientri a casa, svuoti lo zaino e hai l’anima piena. Piena di risposte a domande che forse non ti eri mai posto.

La prima strada che percorri è il tortuoso mistero del tuo essere uomo e donna che lotta sereno per vivere al meglio e lasciare qualcosa di buono al mondo. Senza accorgertene, scopri l’intrigante paradosso di essere abbastanza coraggiosi per arrendersi a qualcosa di più grande e più forte. Tu non devi sfidare lei, la montagna, perché perdi di sicuro. Devi sfidare te stesso, i tuoi limiti, i tuoi cieli neri. Quando il lunedì suona la sveglia e ti butti nel traffico delle mille cose da fare, sembra tutto più semplice, sembra che tutto valga la pena e non butti via più niente.

La seconda strada è un viaggio spartito con compagni di avventura improvvisati, è il tuo rapporto con gli altri. Durante le uscite ti trovi a condividere il letto, il bagno e la paura con degli sconosciuti cui dai subito del tu. Le formalità le lasci a valle, perché pesano nello zaino ridotto all’indispensabile. Nel mondo senza vette le relazioni sono sempre così complesse: basta una parola mal interpretata per far scattare travagli inutili. In montagna il fiato lo risparmi per arrivare all’obiettivo. I pensieri e i discorsi li tessi col contagocce, ti appigli alle profondità del tuo sentire ed esce il meglio di ciò che sei. O forse anche il peggio, ma è comunque qualcosa di tuo, non filtrato, bellissimo perché vero, sono pagine della tua storia, lunga o breve che sia.

 

Ci sono tempi relativi, in questo universo verticale. E regole oscure, in questa bellezza spigolosa. In montagna conta essere il più forte nella misura in cui puoi aiutare il più debole. Devi sperare nella presenza di uno migliore di te, perché il tuo ritorno potrebbe dipendere da lui. Quando ti leghi alla sua corda poco importa cosa ne pensate della politica, che lavoro fate o in quale Dio credete: ti fidi del tuo compagno e del nodo che lega per  rapidi passi le vostre esistenze.

Ora riguardo le foto delle uscite del Diciottesimo, da Valle Santa Felicita alla ferrata Tridentina, la tavolozza variopinta delle pietre del sentiero Astaldi e la sfida impervia sulla Lipella, la pioggia in Cengia Veronesi, e il sole che scalda una birra riflessa sul Garda di Cima Capi; le stelle sfumate sul Sella e la ricerca degli azimut su Cima Larici, la storia sanguinosa di trincee in cui gli uomini si uccisero per la conquista di un monte che rimase a guardarli in assordante silenzio.

In mezzo ai pixel composti di sorrisi stanchi e corde appese, rivivo emozioni che non avrei mai pensato di provare: il rumore dei passi sulla ghiaia, il ritmo dei moschettoni, l’imperfetta meraviglia di piume di nubi tra pezzi di roccia. E il respiro affannato, in un vuoto che colma, ti dona la certa felicità dell’essere semplicemente vivo.

PS: un grazie a tutti gli istruttori e gli accompagnatori che si fanno in quattro per farci vivere esperienze come questa. L’averci reso migliori valga come una ricompensa da voi mai richiesta ma profondamente meritata.

Federica Marangon

Settembre 2017